PER UN
CENTRO MARIANO INTERCULTURALE
DI EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA
GLOBALE
PRESSO LA
PARROCCHIA SANT’AGNESE
SAVA
GLI
ALBERI MARIANI DELL’AMISTAD
CON PAPA FRANCESCO
IN CAMMINO CON LA CESTA
DELL’INTERCULTURA
SAVA,
17 - 18 Maggio 2013
VIRGEN GAUCHA DEL MATE
“La sfida al mondo vecchio che Jorge Mario
Bergoglio ha lanciato con i primi, rivoluzionari gesti del suo pontificato, a
cominciare dalla scelta del nome, non è rivolta solo alla Chiesa. È rivolta anche
a noi. Ci riguarda”[1]. Papa Francesco ci invita ad un
impegnativo “cammino di
fratellanza, amore e fiducia fra noi”.
Nella “mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli”, aveva ammonito Paolo VI, è il male del “mondo malato”. All'indomani
del Concilio
Ecumenico Vaticano II, “una rinnovata presa di coscienza delle
esigenze del messaggio evangelico” imponeva alla chiesa di “mettersi al servizio degli uomini” per cogliere tutte le dimensioni dello sviluppo dei popoli[2].
Nell’invito di Papa Francesco, risuona il richiamo di Paolo VI: “Voi tutti che avete inteso l'appello dei popoli
sofferenti, voi tutti che lavorate per rispondervi, voi siete gli apostoli del
buono e vero sviluppo, che non è la ricchezza egoista e amata per se stessa, ma
l'economia al servizio dell'uomo, il pane quotidiano distribuito a tutti, quale
sorgente di fraternità e segno della Provvidenza”. Lo sviluppo è “il nome nuovo della pace”[3].
Tutti gli uomini sono, dunque, come ribadito da Giovanni
Paolo II nell’enciclica Sollecitudo rei
socialis, “legati da un comune
destino da costruire insieme, se si vuole evitare la catastrofe per tutti”[4].
L’altro è egualmente invitato da Dio al “banchetto
della vita”.
I processi di globalizzazione, aggiunge Benedetto XVI con
la Caritas in veritate[5],
“adeguatamente concepiti e gestiti,
offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello
planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono
invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi
l’intero mondo”.
Difficoltà e pericoli, insiti nel processo di
globalizzazione, potranno essere superati solo se si saprà “prendere coscienza di quell’anima
antropologica ed etica, che dal profondo sospinge la globalizzazione stessa
verso traguardi di umanizzazione solidale”. Ciò pone il problema di
cogliere il fenomeno multidimensionale e polivalente della globalizzazione in
tutte le dimensioni, compresa quella teologica. “Ciò consentirà di vivere ed orientare la globalizzazione dell’umanità
in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione”[6].
Occorre, dunque, favorire un vero incontro tra persone
e culture. Rispetto all’epoca di Paolo VI, oggi le possibilità di “interazione tra le culture” sono notevolmente aumentate dando
spazio, puntualizza Benedetto XVI, “a
nuove prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per essere efficace,
deve avere come punto di partenza l’intima consapevolezza della specifica
identità dei vari interlocutori”[7].
Serve, conclude Benedetto XVI, “un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni
del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci
sollecita a questo slancio”. Per la Chiesa “l’unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e
le culture, ma li rende più trasparenti l’uno verso l’altro, maggiormente uniti
nelle loro legittime diversità”. La Chiesa intende superare il pericolo dell’appiattimento
culturale e dell’omologazione dei
comportamenti e degli stili di vita. Il nuovo slancio di pensiero è orientato a
cogliere e a promuovere il significato profondo della cultura delle varie
Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali la persona si misura
con le domande fondamentali dell’esistenza[8].
Il tema della intercultura, cioè dei
rapporti tra culture diverse, sempre presente nel corso della storia, è
diventato urgente in periodi come il nostro, in cui l’emigrazione da un lato,
le innovazioni tecnologiche dall’altro, rendono inevitabile lo scambio, il
confronto, l’impatto con l’estraneo, il diverso, con singoli e popoli di
differente sviluppo materiale e sociale[9].
Papa Francesco viene dalla storia
dell’emigrazione. Una storia di successi e di lutti, di luci e di ombre: “Fu molto ostile, in certi momenti, il paese
della pampa che ammassava i nostri nonni all’Hotel des Immigrantes di Buenos
Aires, dove venne smistato con ogni probabilità anche il padre del futuro Papa
Francesco sbarcato nel 1929 dal <<Giulio Cesare>>. E già chi sbarcava poteva dirsi fortunato. Molti
non arrivarono mai nella terra agognata. Come i passeggeri affogati nel
naufragio nel 1880, davanti a La Plata, del vapore <<Ortigia>>:
149 morti. O quelli che viaggiavano sul <<Sudamerica>>, che si inabissò nelle stesse acque nel 1888 con un
carico di 80 anime. O ancora quelli che nel 1927 erano imbarcati sul <<Principessa
Mafalda>> e dopo otto guasti al motore e un viaggio da
spavento con la nave sempre più storta (…) furono inghiottiti dal mare davanti
alla costa brasiliana: 657 morti. Parte recuperati, parte sbranati dagli squali
come il ventenne Giovanni Fasano”[10].
Nel 2005, l’allora cardinale di
Buenos Aires e primate d’Argentina Jorge Mario Bergoglio
in Italia per il penultimo Conclave, aveva
deviato il suo viaggio proprio per salire sul Bricco Marmuré, la collina in
borgata Stazione Portacomaro, nel cuore dell’Astigiano, per vedere la vecchia
casa dei suoi avi. La terra delle sue origini. Quella terra di cui volle
portarsi via un piccolo ricordo: una manciata d’argilla rinchiusa in
un’ampolla.
Sul Bricco avevano abitato i suoi
nonni fino al 1929 e anche il papà Mario Giuseppe Francesco, allora ventunenne,
quando abbandonarono per sempre il Piemonte, per imbarcarsi sul piroscafo
Giulio Cesare e sbarcare a Buenos Aires, in cerca di fortuna[11].
Con
le loro “mani sapienti”, gli italiani portarono in emigrazione la loro fede
popolare e tradizionale, colma di simboli, santi e processioni[12]. Santi
di edicole o di piccole cappelle campestri, poste a segnare il paesaggio e a
proteggere i lavori dei campi. Come la cappella campestre dedicata alla Madonna
delle Grazie, costruita sul tuoro, a Sava, con il tiglio secolare a dominare lo
spazio antistante. L’albero sacro degli antenati, simbolo di buon augurio, di
fecondità, di longevità, di amicizia, era stato piantato nel luogo dove
solitamente si radunava il popolo per la festa.
Tra le foto riportate dai
giornali, dopo la sua elezione a Papa, non manca quella del cardinale Jorge
Mario Bergoglio che beve il mate. I giornali ricordano che il mate è “un infuso
tipico argentino”, la “bevanda nazionale degli argentini”. Nient’altro.
Non riferiscono che la
yerba mate è un emblema della
tradizione argentina che risale ad epoche anteriori alla costituzione dell’Argentina
moderna:
“La yerba mate (ilex paraguayensi - caá mata en guaraní) es una planta
que crece sólo en el extremo nordeste argentino (Provincia de Misiones y Norte
de la Provincia de Corrientes), sur de Paraguay y sudoeste de Brasil.
Cuando los primeros monjes jesuitas llegaron a la región, ya era
un hábito entre los nativos el consumo de sus hojas en infusión.
Tan energizante resultaba el brebaje que los jesuitas decidieron
cultivar este arbusto que, hasta entonces, crecía salvaje”[13].
In Argentina bere il mate non è
solo un’abitudine sociale, è un “infuso di filosofia” che si innesta nel
profondo della cultura popolare:
“El mate es mucho más que una sana bebida con historia. El mate es un
gesto. Es cortesía. Es comunicación. Es un rito. Entre hombres, el mate iguala
a todos en la ronda, da el tiempo para hablar y el respiro para escuchar. Y
tiene, desde tiempos inmemoriales, un lenguaje del que se apropiaron, primero,
los enamorados, allá, por la época de los gauchos. La forma de cebar un mate le
demostraba al hombre lo que su "guaina" sentía por él. Cambiaron los
tiempos, hoy se "matea" chateando, pero todavía quedan algunos
memoriosos que recuerdan el lenguaje popular”[14].
L’emigrante, che in Argentina si portava un pezzo
di terra, un poco dell’odore della sua casa, dei suoi ricordi, incontrò il mate,
la
yerba, lo único que hay siempre, en todas las casas. Fece propria un rito, cuando llega alguien a tu casa la primera
frase es ¨hola¨ y la segunda "¿unos mates?".
Trovò, così, il punto di riferimento intorno a
cui avvolgere la sua nuova identità argentina. E quando tornò volle portarsi “un
poco del sapore, dell’odore, della suggestione provata durante l’emigrazione,
quasi un souvenir, quasi un condividere con familiari ed amici un gusto gradito”. Fu così che il mate sbarcò in Italia, segno di “un incessante scambio di
profumi e sapori tra le terre”[15].
Oggi, con la Chiesa
di Papa Francesco, centrata sulla capacità di ascolto delle comunità locali[16], si
può prospettare un altro scambio, di pietà mariana.
El mate es
una infusión realizada con las hojas del árbol de yerba mate, ampliamente
consumida en Argentina, Paraguay, Uruguay y el sur de Brasil. Cada zona tiene
sus particularidades a la hora de cebar y tomar mate, pero siempre es un medio
para celebrar la amistad o crear nuevos vínculos.Estas características llevaron a que un grupo de laicos y sacerdotes de la provincia de Misiones patrocinaran la idea de que la Iglesia reconozca una nueva advocación de María bajo el nombre de Nuestra Señora Gaucha del Mate, y la entronice como patrona del MERCOSUR: a pedido del Cónsul argentino Dr. José C. Quijano, junto a los cónsules de Paraguay y Brasil lo han sugerido, dado que Argentina tiene a la Virgen de Lujan, Paraguay a la Virgen de Caacupé, Brasil a Nuestra Señora Aparecida, Uruguay a la Virgen de los Treinta y Tres Orientales. Y en la Virgen Guacha del Mate esta representada la fe Mariana de estas naciones y con el mate en sus manos benditas, el símbolo del Mercosur.
Cuando Juan Pablo II visitó la Argentina le obsequiaron numerosos mates, desde simples calabazas hasta mates de plata y oro, y se le convidó esta maravillosa infusión. En un escrito que el Papa entregó a Monseñor Lino Zanini el 1º de Mayo de 1993, puede leerse: "De todo corazón otorgamos la implorada bendición apostólica, bajo los auspicios de Nuestra Señora del Mate".
El presbítero Domingo Lancellotti, uno de los promotores de esta idea, dijo: "esta nueva imagen de la Virgen, de ropas comunes y simples, con el cotidiano gesto de servir un mate al lado del brasero... se instala a primera vista en el corazón de cualquier cristiano de estas tierras, que entiende como nadie la solidaridad y la comunión que el mismo encierra... y es inmediato el afecto que la gente siente ante la bella y querible imagen de la Virgen Gaucha del Mate..."[17].
La imagen de "Nuestra
Señora Gaucha del Mate" fue creada por la pintora María Inés
Rosñiski y representa a la Virgen como una pequeña y joven campesina, con
sus ropas típicas, trenzas en su pelo, sentada a la sombra de un árbol en medio
de un campo abierto. Como se explica más arriba, tiene un brasero a su lado y
el mate entre las manos, ofreciéndolo.
"María vive en nuestro pueblo, y nuestro
pueblo es María” (Monseñor Joaquín Piña, de puerto Iguazú). Es como la bendición de la tierra colorada
de Misiones.
L’ idea di Chiesa di
Papa Francesco, centrata sulla manifestazione di fede delle comunità locali, è
dunque viva nell’America latina.
Sulla Virgen
Gaucha y Matera Monseñor Estanislao Esteban Karlic, arzobispo de Paraná, opinó:
"Que por mediación de María Santísima, Jesucristo justifique toda nuestra
cultura".
A questo punto inizia a profilarsi il cammino di
fratellanza indicato dal Papa: lungo il percorso vi sono gli alberi mariani
dell’amistad, luoghi deputati alla
sosta e alla preghiera.
Un luogo può essere la ricostruita cappella campestre
della Madonna delle Grazie, sul tuoro a Sava con il suo antistante tiglio
secolare. Il vano sottostante la chiesa potrebbe ospitare un centro mariano
interculturale di educazione alla cittadinanza globale.
Nello scenario
attuale la fraternità si configura non come atto dettato dalla buona coscienza,
ma necessità impellente per rispondere alle domande e gli squilibri che questa società
ha creato.
Ruolo della fraternità in questo contesto globalizzato sarà quindi quello
di acquisire un valore
universale,
nell’ottica oramai attuale di un nuovo tipo di cittadinanza, la cittadinanza
globale[18].
La
proposta del centro mariano interculturale sarà presentata il prossimo18
Maggio, giorno della seconda edizione di Fascination of Plants Day.
ALLEGATI
1. Non solo a scuola la via italiana per l’intercultura
Gradualmente in Italia è venuto a definirsi il tema dell’educazione interculturale e dell’integrazione degli alunni stranieri.
L’educazione
interculturale compare nei Programmi scolastici per la scuola media del 1979 e
nei Programmi per la scuola elementare del 1985. Viene esplicitamente
riconosciuta negli Orientamenti didattici per la scuola materna del 1991. I
Programmi Sperimentali “Brocca” per la scuola secondaria superiore del 1992
comprendono molteplici riferimenti interculturali rispetto all’insegnamento
delle singole discipline.
Il
Ministero della Pubblica Istruzione con le Circolari Ministeriali n.301
dell’8/9/1989 “Inserimento degli
stranieri nella scuola dell’obbligo: promozione e coordinamento delle
iniziative per l’esercizio del diritto allo studio” e n. 205 del 22/7/1990
“La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione
interculturale” dedica specifica attenzione alle esigenze d’inserimento
degli alunni stranieri nella scuola dell’obbligo, fornendo indicazioni e
suggerimenti sull’argomento e trattando dell’educazione interculturale.
In
particolare nella Circolare n. 301 si afferma che, nonostante il fenomeno
immigratorio esista da tempo, soltanto recentemente ha raggiunto dimensioni che
rendono necessari interventi da parte della scuola tesi a garantire sia il
diritto allo studio degli immigrati, sia la valorizzazione degli apporti di
altre culture in una prospettiva di rispetto e cooperazione tra i popoli. Nella
conclusione il documento si sofferma sulla didattica che deve prevedere
obiettivi e percorsi individuali di apprendimento definiti sulla base delle condizioni
pregresse in caso di presenza in classe di alunni di diversa etnia.
Con
la Circolare n. 205 si afferma il principio del
coinvolgimento degli alunni italiani in un rapporto interattivo con gli alunni
stranieri/immigrati, in funzione del reciproco
arricchimento. Questa disposizione introduce per la prima volta il concetto di
educazione interculturale, intesa come la forma più alta e globale di
prevenzione e contrasto del razzismo e di ogni forma di intolleranza. Gli
interventi didattici, anche in assenza di alunni stranieri, devono tendere a
prevenire il formarsi di stereotipi nei confronti di persone e culture.
“Insegnare in una prospettiva interculturale”,
dunque, così come sottolineato da
Giuseppe Fioroni ministro della Pubblica Istruzione nella premessa del
documento “La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli
alunni stranieri”, “vuol dire piuttosto
assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola,
occasione privilegiata di apertura a tutte le differenze”[19].
La via italiana all’intercultura, prospettata nel documento, è orientata
ad unire alla capacità di conoscere ed apprezzare le differenze la ricerca
della coesione sociale, in una nuova visione di cittadinanza adatta al
pluralismo attuale, in cui si dia particolare attenzione a costruire la
convergenza verso valori comuni. L’acquisizione e l’apprendimento dell’italiano
si pone come
componente essenziale del processo di
integrazione. L’uso dell’italiano costituisce la condizione di base per capire ed essere
capiti, per partecipare e sentirsi parte della comunità, scolastica e non. Nello
stesso tempo il mantenimento della lingua d’origine è un diritto di ogni alunno
ed è uno strumento fondamentale per la crescita cognitiva.
Diventa importante, durante i primi
giorni dell’inserimento, rilevare i bisogni linguistici e di apprendimento, in
generale, e anche le competenze e i saperi già acquisiti e, sulla base di
questi dati, elaborare un piano di lavoro individualizzato.
Compito dell’insegnante è quello di
favorire la crescita della classe interculturale attraverso l’ascolto, il
dialogo, la comprensione nel senso più profondo del termine. Si tratta di fare della classe un luogo di
comunicazione e cooperazione. In questo senso, sono da sviluppare le strategie
di apprendimento cooperativo che, in un contesto di pluralismo, possono
favorire la partecipazione di tutti ai processi di costruzione delle
conoscenze.
“È interculturale”, ricorda Eleonora
Piazza, “ciò che si colloca “nel mezzo” tra le esperienze vissute dal soggetto:
la prima esperienza rappresenta le origini, il luogo dove si è nati che segna
profondamente il soggetto e la rinascita parziale indica il passaggio dal
contesto di origine a quello dove si è immigrati”[20].
Nella
classe luogo di comunicazione e cooperazione, l’insegnante sostiene i propri
alunni ponendosi come mediatore, “attivando
forme diverse di dialogo, inteso come incontro tra l’Io ed il Tu, all’interno
di un clima di accettazione e di empatia che facilita la comunicazione, la
crescita ed il cambiamento”[21].
Diventa,
così, evidente che l’intercultura non è individuabile in una disciplina
specifica ma va considerata come una prospettiva attraverso cui guardare tutto
il sapere scolastico.
Storia,
geografia, letteratura, matematica, scienze, arte, musica, nuovi linguaggi
comunicativi e altri campi del sapere costituiscono un’occasione ineludibile di
formazione alla diversità, permettendo di accostarsi non solo a diversi
“contenuti”, ma anche a strutture e modi di pensare differenti.
La
via italiana all’intercultura unisce alla capacità di conoscere ed apprezzare
le differenze la ricerca della coesione sociale, in una nuova visione di
cittadinanza adatta al pluralismo attuale, in cui si dia particolare attenzione
a costruire la convergenza verso valori comuni.
Una scuola
all’altezza dei tempi nuovi non può che proporre un’educazione interculturale,
non, dunque, come qualcosa di eccezionale, speciale, straordinario,
sottolineano Antonio Nanni e Sergio Abbruciati, bensì come la “nuova normalità dell’educazione, la
caratteristica principale di una scuola normale e ordinaria”.
L’interculturalità è un fatto di contenuti e di metodi, di relazione educativa,
non certo di burocrazia scolastica[22].
Studiare, in modo interculturale, la storia
non significa parteggiare per i vincitori, ammoniscono Nanni e Economi. Va,
invece, proposta la storia al
“rovescio”, cioè affrontare criticamente, in modo parallelo a quello
tradizionale, il punto di vista dell’altro, di colui che non ha avuto e non ha
ancora voce.
L’attenzione dovrebbe andare non tanto alle “scoperte geografiche” e
alla portata geografica della scoperta di territori, paesaggi, ecosistemi da
parte degli europei, quanto all’incontro con una diversa umanità e cultura. “In ragione di questa prospettiva, nell’esame
delle “conseguenze della scoperta”, viene posto in evidenza
lo scambio di varietà alimentari, minerali, vegetali e animali, ecc. tra
l’Europa e il Nuovo Mondo, mentre è piuttosto diffusa la disattenzione alla
conoscenza della storia e della cultura di Abia Yala (terra feconda), come
veniva chiamata una parte di Amerindia prima di essere conquistata dagli
europei”[23].
Al declinare
degli anni Novanta del secolo scorso, con i “Quaderni dell’interculturalità” la EMI, in collaborazione con il
CEM, Centro di Educazione alla Mondialità, intendeva offrire “una risposta concreta e operativa alla
domanda di avere a disposizione strumenti agili e di facile utilizzazione
didattica in una prospettiva di interculturalità e di metodologia attiva”.
Un primo
strumento era “Il mio zaino culturale”,
“una sorta di “Pagine Gialle”
dell’educazione interculturale nel nostro paese”, “una prima articolata risposta alla crescente domanda di informazione e
orientamento”[24].
Sabato 17 marzo 2012 presso la Casa
dei Missionari Saveriani di Parma, in occasione dei 70 anni della fondazione
di CEM Mondialità, si è tenuto
il Convegno
“Non solo a scuola: i nuovi spazi dell'intercultura". Gianni Caligaris, presidente del Centro Educazione alla
Mondialità ha puntualizzato: “L’intercultura è stata coltivata a lungo
nel mondo della scuola, terreno di crescita dei futuri cittadini, ma oggi non
basta più. Essa non è più (solo) una categoria pedagogica, un’opzione alta; è
diventata una modalità imprescindibile nella progettazione e nella costruzione
delle nostre comunità, attuali e future.
Deve uscire dai confini della scuola
o della formazione in senso lato e pervadere tutti gli ambiti della nostra
socialità, dall’urbanistica allo sport, dalla politica al mondo del
lavoro, dall’utilizzo delle nuove tecnologie all’esplorazione dei lessici
e delle semantiche con cui ci comunicheremo il futuro, partendo dal patrimonio
di buone pratiche che già operano nel territorio. Il nostro enorme sviluppo
economico e tecnologico non ci ha ancora messo al sicuro, anzi, si odono
tuttora «guerre e rumori di guerre». L’avvenire o sarà interculturale o non
sarà!”
2. L’emigrazione

Emigranti italiani in
viaggio per l’Argentina
|
Il grande flusso degli italiani
ebbe inizio intorno agli anni '30 dell'800 e fu caratterizzato dall'arrivo di
emigranti provenienti soprattutto dalle regioni del nord Italia. I primi a
giungere sul Rio della Plata furono i liguri che approfittarono delle lunghe
tradizioni marinare della loro regione e delle consolidate relazioni
commerciali degli armatori genovesi, per formare popolose e fiorenti colonie di
immigrazione. Seguirono, a distanza di pochi anni, piemontesi e lombardi
richiamati, anch'essi, dalla favorevole congiuntura economica e dalle ampie
possibilità di sviluppo offerte dal paese sudamericano.
Attraverso il racconto
dell’avventurosa vita di Giuseppe Garibaldi è possibile ricostruire il mondo
dei primi emigranti italiani in Argentina, Brasile, Uruguay.
“Fra i ventotto e i quarant’anni Garibaldi visse dunque per lo più come
corsaro e soldato di ventura in egoistiche lotte di parte che egli, nel suo
innocente disinteresse, pensava servissero alla causa di una libertà pura e
genuina”. Scrive Denis Mack Smith, che continua: “Un italiano aveva dato a Garibaldi quanto bastava a comprarsi un
piccolo peschereccio, e così egli cominciò a commerciare in farina, zucchero e
brandy su e giù per la costa. Ma era un affare misero. Mentre altri italiani si
facevano una fortuna, lui non era abbastanza acuto per il commercio. Era troppo
schietto, aveva troppa fiducia nella natura umana – e probabilmente si annoiava
anche troppo – per mettersi a posto in quel modo. Non aveva ancora trovato il
suo mestiere”[25].
Gli emigranti italiani erano,
dunque, dediti al commercio. Un altro italiano, sempre amico di Garibaldi, era
il segretario di Benito Gonçalves presidente di Rio Grande do Sud, la provincia
più meridionale dell’impero brasiliano, sottoposto ai portoghesi. Gli italiani
erano attivi nei moti di indipendenza dai due imperi, portoghese e spagnolo.
Abbandonato il commercio, Garibaldi divenne un corsaro. La prima preda fu un
brigantino austriaco carico di caffè brasiliano; nei suoi ricordi, più tardi,
Garibaldi affermò con orgoglio che si erano liberati cinque schiavi negri.
Sempre seguendo Garibaldi abbiamo dei dati circa la
presenza italiana nel Sud America. A Montevideo su circa 32
mila abitanti, 11.431 soltanto erano uruguayani. Il rimanente era formato da
emigrati delle più diverse nazionalità: 2533 argentini, 6324 francesi, 492
brasiliani, 3406 spagnoli, 609 inglesi, 559 portoghesi, 1344 africani, 861
senza patria conosciuta e ben 4205 italiani[26].
Quando
l'Argentina nel 1853 divenne una repubblica federale iniziò un progetto statale
di colonizzazione agricola. In questo periodo si possono collocare i primi
tentativi di immigrati italiani di acquisire lotti fondiari dalle province o
direttamente dallo stato argentino. All'inizio si trattò di piccoli gruppi di
persone ma tra il 1860 e il 1878 l'acquisizione di nuove porzioni della pampa e
soprattutto dei territori del sud dell'Argentina diede una notevole spinta
della politica fondiaria governativa. L'aumento sostenuto degli arrivi
costrinse il Governo dello Stato di Buenos Aires ad istituire nel 1854
un'apposita commissione per l'emigrazione che, a sua volta, favorì l'apertura,
nel 1857, di un primo centro di accoglienza per immigrati che può essere
considerato il precursore del futuro Hotel
de inmigrantes.
Alla fine del decennio 1870 si
era profilata in Europa una crisi agraria assai grave: l’introduzione dei
motori a vapore sulle navi costruite in ferro rendeva i viaggi per mare non
solo più rapidi, ma anche più sicuri e quindi meno costosi, e permetteva l’importazione
in Europa dalle Americhe e dalla Russia dei cereali a prezzi inferiori rispetto
a quelli praticati nei paesi europei.
La diminuzione dei prezzi si
propagò anche ad altri prodotti agricoli quali la canapa e i bozzoli,
risparmiando solo produzioni come olio e vino che non temevano la concorrenza
internazionale.
L’Europa reagì in alcuni casi
passando dalla cerealicoltura all’allevamento, in altri casi diffondendo la
meccanizzazione e l’uso dei concimi chimici. Si giunse, infine, fra la fine
degli anni Ottanta e i primi anni Novanta a una reintroduzione generalizzata
del protezionismo agricolo.
Anche in Italia la prima
reazione alla crisi agraria non si discostò da quella europea. Nelle aree
ricche della valle padana iniziò ad affermarsi una classe di imprenditori
agricoli innovatori che introdussero pratiche più avanzate, macchinari, concimi
chimici, con l’effetto di aumentare le rese agricole e diminuire i costi,
rendendo ancora più esuberante il già eccessivo carico di manodopera.
Nel Mezzogiorno si diffusero le
colture agrumarie, olearie e vitivinicole.
Intanto
la crisi agraria aveva innescato una seconda ondata di emigrazione. Il Veneto,
che sotto l’Austria era ancora una delle province più ricche della penisola,
dopo l’annessione del 1866 precipitò in un declino agricolo. Le prime
esperienze migratorie si indirizzarono proprio verso Vienna e l’Europa
centrale, forse seguendo la traccia di movimenti stagionali e flussi
commerciali precedenti l’unificazione. Progressivamente, l’attenzione degli emigranti
si concentrò sull’America meridionale. Dal 1876 iniziò un diverso tipo di
emigrazione veneta, a carattere stanziale e non più temporaneo. Meta preferita:
Argentina, Uruguay e Messico, ma, soprattutto gli Stati meridionali del
Brasile. Con i contadini veneti presero le rotte dell’emigrazione i lombardi e
i piemontesi.
Con il nuovo decennio maturò la
svolta industrialista, reclamata a gran voce dagli industriali italiani. Non
solo il governo, osserva Carlo M. Cipolla[27], si decise
a lanciare progetti infrastrutturali e edilizi, ma fornì diretto sostegno al
decollo di nuovo industrie.
Le regioni del Nord
approfittarono dell’ondata di protezionismo per irrobustire le proprie
manifatture, per sviluppare nuove produzioni, per impiantare banche, scuole,
politecnici, un insieme di iniziative che diedero vita al triangolo
industriale.
La grave depressione agricola,
invece, si abbatté come un flagello sulle popolazioni meridionali. La politica
economica propugnata da Crispi, unita ad una modesta ma costante espansione
demografica, produsse come conseguenza immediata un’enorme ondata di
emigrazioni oltreoceano.
Questa volta ad arrivare per
nave furono soprattutto i contadini dell’Italia meridionale, in particolare
calabresi e siciliani, attirati dalle politiche adottate dal governo argentino.
Nel 1882 il governo imitando la
politica degli homesteads del governo statunitense decise di concedere
gratuitamente venticinque ettari di terreno a piccoli nuclei familiari. Agli agricoltori immigrati anticipava le spese di viaggio
dal porto di sbarco ai luoghi di destinazione e forniva il denaro necessario
per scorte, viveri, sementi ed attrezzi.
L’emigrazione transoceanica crebbe anche
grazie al progresso nel trasporto marittimo, con lo sviluppo dei piroscafi a
vapore. Al trasporto dei migranti furono assegnate le carrette del mare, con in
media 23 anni di navigazione. Si trattava di piroscafi in disarmo chiamati
“vascelli della morte”, che non potevano contenere più di 700 persone, ma ne
caricavano più di 1.000, che partivano senza la certezza di arrivare a
destinazione. Gian Antonio Stella nell’articolo precedentemente ricordato
ricorda alcuni dei naufragi dei “vascelli della morte”.
Il viaggio via mare verso le
Americhe non era una crociera per i migranti. In genere venivano stivati in
terza classe, in condizioni pietose e prive di igiene. In fondo non si trattava
che di “tonnellata umana” così come veniva chiamato il carico umano degli
emigranti.
Le navi per migranti, per tutto
l’Ottocento, mancavano di infermerie, ambulatori e farmacie.
La
colonizzazione agricola (a Santa Fé, Chaco Australe, Cordoba, Buenos Aires,
Entre Rios, Mendoza, Nuova Roma, Esperanza, San Carlos) da parte degli italiani
è uno dei capitoli più riusciti dell’intera storia dell’Argentina. Gli italiani
hanno portato nelle province di Cordoba e Mendoza la coltivazione della vite:
nel 1910 erano attive a Mendoza più di 780 cantine e 675 distillerie, quasi
tutte di italiani. Agli inizi del Novecento l’Argentina era considerata il
'granaio del mondo'.
3. Caa’, la pianta mate
Con la leggenda Caa’, la pianta mate[28], vengo a sapere che l’erba mate è segno di amicizia nel sud dell’America Latina. Gli indios guaranì[29] la ritengono così importante da considerarla un dono del Cielo: della Luna e di una nuvola.
Riccò nel
suo libro “Favole dall’America latina”[30], riporta
una delle numerose leggende intorno all’origine della yerba mate è quella che narra di come Yasi ed Araì
(le divinità che impersonano la luna e le nubi del crepuscolo)
vagavano per i boschi dopo esser scese, per gioco, sulla terra.
La loro avventura rischiò di trasformarsi in tragedia quando incontrarono un giaguaro che le attaccò. Ma un vecchio cacciatore giunse in loro soccorso, le salvò e le ospitò nella sua modesta capanna, dove viveva con l’anziana moglie ed una giovane figlia.
La loro avventura rischiò di trasformarsi in tragedia quando incontrarono un giaguaro che le attaccò. Ma un vecchio cacciatore giunse in loro soccorso, le salvò e le ospitò nella sua modesta capanna, dove viveva con l’anziana moglie ed una giovane figlia.
Commosse da tanta ospitalità,
nonostante la misera condizione di vita della famigliola, le due divinità
decisero di premiare l’ospitalità donando al vecchio e alla sua famiglia la caà (yerba
mate), pianta benefica e protettiva.
Vissuti sempre in armonia con la Madre Terra, come
tutti i popoli indigeni, i Guaraní considerarono
la flora e le sue proprietà curative come dono delle divinità[31]:
“Según el credo y la nacionalidad de quien
las narra, diferentes leyendas cuentan que es la luna, Jesucristo, o Santo Tomé
quién creó la Yerba Mate, en agradecimiento a la hospitalidad de los hombres
buenos, que siempre están representados por una familia de guaraníes. Sea quien
fuere el artífice de tan bondadosa planta, todos coinciden en señalarla como
una bendición del cielo y un símbolo de amistad. Esta es la versión guaraní más
difundida sobre el origen de la Yerba Mate:
La Caá Yarí
Yasí, la luna, miraba con
curiosidad las tierras que Tupá, el poderoso díos de los guaraníes, había
recubierto con extensos y profundos bosques. Tanta belleza la llenaba de deseos
de bajar a recorrerlos, descansar bajo su sombra, sentir el sonido del viento
que jugaba con sus hojas. Tan imperiosa se volvió ésta necesidad, que una
madrugada llamó a su amiga Araí, la nube rosada del crepúsculo, y la convenció
para que bajaran juntas. Y así lo hicieron, bajo la apariencia de jóvenes y
hermosas doncellas.
Durante todo un día pasearon
por el bosque, y cuando el cansancio las comenzó a invadir, decidieron buscar
reposo en una choza que habían visto. Hacia allí se dirigían cuando las
sorprendió en el camino un yaguareté. Sin darles tiempo a abandonar su forma
humana, el animal se abalanzó sobre ellas pero, antes de alcanzarlas, una
flecha disparada desde la espesura del bosque lo hirió en el costado. El
animal, enfurecido, se lanzó en busca de su nueva presa, un viejo indio quien
disparó una segunda flecha que le atravesó corazón. Terminada la lucha, el
indio, al notar la fatiga de las doncellas, les ofreció hospitalidad y así fue
como Yasí y Araí fueron conducidas hasta su choza.
El hombre vivía junto a su
mujer y su hija, Yarí, una muchacha dotada de una belleza excepcional. Los
tres, fieles a los deseos de Tupá, se brindaron generosamente a sus huéspedes
atendiéndolas con gran afecto y dándoles todo lo que su humildad les permitía.
Al día siguiente Yasí
anunció que había llegado el momento de regresar. Sus amigas, las nubes, habían
cubierto la noche, colocándose bien juntas para tapar el cielo y disimular su
ausencia, pero ya no podía seguir de vacaciones por la tierra mientras otros
trabajaban por ella.
Así las dos aventureras
doncellas emprendieron el camino acompañadas del viejo. Este les confió el
motivo de su vida aislada: al nacer Yarí, tan llena de virtudes, el temor de
que en un futuro alguien o algo pudiera corromperla lo llevó a alejarse de la
comunidad en que vivía para mantener intactos los dones con que Tupá había
embellecido a su hija.
Cuando Araí y Yasí
estuvieron solas, abandonaron su forma humana y subieron a ocupar su lugar en
el cielo. Tan agradecidas se sentían por la hospitalidad del viejo indio y sus
mujeres que decidieron premiarlos por tanta bondad y se pusieron a pensar en
cuál sería el mejor regalo.
Así fue como una noche,
mientras los tres aborígenes dormían profundamente, Yasí esparció frente a su
choza semillas celestes; desde el cielo iluminó fuertemente donde las había
sembrado mientras Araí empapaba
la tierra con una dulce y suave lluvia.
Al llegar la mañana, ante la choza habían
brotado unos árboles desconocidos hasta entonces, cubiertos de blancas flores y
oscuras hojas. Al despertarse con semejante sorpresa, el viejo indio, su mujer
y su hija quedaron maravillados, sin encontrar explicación a lo que sus ojos
veían. Y entonces apareció Yasí, en forma de la doncella que ellos habían
conocido, y les habló así:
-No tengáis ningún temor -
les dijo -. Yo soy Yasí, la diosa que habita en la luna, y vengo a premiaros
vuestra bondad. Esta nueva planta que veis es la yerba mate, y desde ahora para
siempre constituirá para vosotros y para todos los hombres de esta región el
símbolo de la amistad. Vuestra hija vivirá eternamente y jamás perderá ni la
inocencia ni la bondad de su corazón y ella será la dueña de la yerba. Luego de éstas palabras,
Yasí regresó al cielo, no sin antes enseñarles cómo tostar la yerba, preparar y
tomar el mate.
Pasó el tiempo, el
matrimonio envejeció hasta que sus almas abandonaron sus cuerpos. Luego, cuando
Yarí hubo cumplido sus deberes rituales, también desapareció de la tierra. Pero
aún suele vérsela cada tanto por los yerbales: joven, hermosa y rubia,
conservando aún la inocencia y el candor de su alma, se pasea entre esas
plantas que fueran un regalo de la luna en agradecimiento a la hospitalidad de
los hombres; en sus palabras: un símbolo de amistad”[32].
4. Il FoPD della cittadinanza globale
Nel discorso d’inizio pontificato Papa Francesco ha richiamato ognuno di noi a “custodire l'intero creato, la bellezza del creato”, ad “avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l'ambiente in cui viviamo”.
“Riteniamo uno scandalo ed un delitto
che vengano inferti danni irreparabili al creato e siamo convinti della
necessità di un rapporto nuovo ed armonioso fra l’uomo ed il resto della natura”. Si era affermato nel 1989 alla prima
Assemblea Ecumenica di Basilea invitando con forza le Chiese all’impegno nella salvaguardia il creato:
“È assolutamente necessario
comprendere che dobbiamo condividere le ricchezze di questa Terra con le
generazioni e la vita futura. Pertanto ci assumiamo l’impegno di adottare un
nuovo stile di vita nelle nostre Chiese, società, famiglie, comunità. … Come
cristiani viviamo nell’alleanza che Dio ha stretto con noi e con tutta la
creazione. … È a lui, al nostro Dio, che dobbiamo in primo luogo fedeltà. Tutte
le altre realtà … sono ad essa secondarie. Su questo si fonda il nostro impegno
per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato”[33].
Le risorse nella civiltà industriale e paradossalmente ora ancor più
nell’attuale società postindustriale, ricorda Giuliana Martirani, hanno smesso
di essere patrimonio comune dell’umanità,
beni del creato, manufatti di Dio, e sono diventate bene privato, “strumento primario del capitalismo selvaggio
a cui si avvia l’umanità nel suo nuovo disordine mondiale”.
L’omogeneizzazione culturale è un fattore di pericolo per l’umanità. La
velocità di spostamento mentre facilita l’incontro tra le culture, le espone
anche a un fagocitamento da parte delle culture più aggressive, soprattutto
quando quelle più deboli sono portate nelle aree più ricche, nel Nord, dagli
emigrati, quelli che oggi chiamiamo gli immigrati extracomunitari. Le loro
culture “rischiano di subire lo stesso
disprezzo che subiscono loro stessi come individui, inducendo in essi
l’abbandono della fierezza del proprio sé culturale ed etnico e riducendo con
ciò le possibilità di sviluppi differenziati”.
Il ruolo di scienziati ed educatori, continua la Martirani, è aiutare a
passare dalla prospettiva dell’eco-nomia,
che si ha nei confronti della natura, a quella dell’eco-logia.
“Se con la prospettiva dell’eco-nomia
la terra deve essere dominata dall’uomo, con quella dell’eco-logia l’uomo e la
terra sono la tela della vita.
Con la prospettiva dell’eco-nomia,
l’uomo controlla con le sue leggi l’ambiente umano, oicos nomos = economia, con
quella dell’eco-logia le leggi della natura e dell’uomo devono tra loro entrare
in dialogo, in discorso, oicos logos = ecologia, perché uomini e natura sono
legati da un comune destino”.
Per l’eco-nomia il denaro e il capitale, conclude la Martirani, “sono le Dotazioni e i Patrimoni più
importanti per risolvere i problemi e per ogni pianificazione economica;
l’ecologia, invece, sostiene che le Dotazioni e i Patrimoni naturali, biologici
e culturali hanno un tempo infinitamente
superiore di accumulazione e di
durata del Patrimonio monetario (legge di K. Madden) e che per uno sviluppo
sostenibile bisogna privilegiare i patrimoni con maggiore durata”[34].
Si pone il problema di un’informazione, di una
formazione e di un’educazione dallo sguardo interculturale. La sfida della cittadinanza mondiale è quella di educare a misurarsi con questioni
così complesse che minacciano la sostenibilità e che costruiranno il futuro del
pianeta. Per questo motivo la scuola, pur avendo un ruolo centrale e
insostituibile nella formazione delle nuove generazioni, da sola non può riuscirvi.
È necessario un impegno ampio e profondo da parte di molteplici settori della
società[35].
I processi
educativi in situazioni formali non-formali e informali devono aprire la strada
a una migliore comprensione di un mondo sempre più globalizzato. In tale direzione il Programma per l’Educazione
Globale del Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa, che coinvolge un gruppo di
esperti della rete per la Settimana dell’Educazione Globale del Centro Nord-Sud,
ha approntato
le Linee Guida
per l’Educazione Globale, essenziale per tutti i
cittadini per acquisire la conoscenza e le capacità per capire, partecipare e
interagire criticamente con la nostra società globale, come cittadini globali empowered: “L'educazione globale concerne
l'implementazione della visione che tende ad un modello di partenariato fra
popoli, culture e religioni al livello micro e macro.
L'apprendimento
trasformativo attraverso l'educazione globale implica un profondo spostamento
strutturale nelle premesse
di base dei pensieri, dei sentimenti e delle azioni. È un'educazione per la
mente tanto quanto per il
cuore. Ciò implica un cambiamento radicale verso l'interconnessione e
crea nuove possibilità per
ottenere più uguaglianza, giustizia sociale, comprensione e cooperazione
fra i popoli”.
“L'educazione globale come
apprendimento trasformativo offre gli strumenti per produrre cambiamenti a
livello locale che influenzino il globale, nel senso di costruire una
cittadinanza attraverso strategie e metodi partecipativi, in modo che le
persone imparino ad assumersi responsabilità piuttosto che lasciarle solo nelle
mani dei governi e degli altri decisori”.
“Ma l'educazione globale non riguarda
solo temi globali, problemi globali e come trovare soluzioni
condivise. Si tratta anche
di come immaginare un futuro comune con condizioni di vita migliori per
tutti, connettendo
prospettive locali e globali, e di come rendere possibile e reale questa
visione,
iniziando dal nostro piccolo
angolo di mondo. L'apprendimento trasformativo rende le persone
capaci di modellare la
visione condivisa di un mondo più giusto e sostenibile per tutti. È perciò
cruciale, in tale
prospettiva trasformativa, concentrarsi sul tipo di futuro che vogliamo”.
Nel praticare
l’educazione globale, dunque, è molto importante creare collegamenti con altri
paesi, culture e società fare rete fra
i popoli.
Una rete è la Giornata Internazionale del Fascino
delle Piante che si svolge il 18 Maggio contemporaneamente in diversi paesi del
mondo. Il ‘Fascination of Plants Day’ (FoPD) è un’iniziativa lanciata dall’EPSO
(European Plant Science Organization), un’associazione che raccoglie più di
duecento istituzioni di ricerca, fra cui università ed altri enti in Europa con
lo scopo di migliorare la visibilità della ricerca sulle piante e di
sottolinearne l’importanza per l’economia e per l’ambiente.
Lo scorso anno si è svolta la prima edizione. E’ stata
un’opportunità per mostrare finalmente al grande pubblico quanto siano
importanti le piante e la ricerca sulle piante per la nostra società e come la
ricerca sulle piante può contribuire a risolvere problemi importanti che il
nostro mondo si trova ad affrontare.
La
Parrocchia Sant’Agnese in Sava di
Baronissi con l’associazione “Donne in campo” della C.I.A. di Salerno, con
l’Università della Terza Età di Baronissi, con l’Università degli Studi di
Salerno ha partecipato al primo FoPD organizzando l’incontro di lavoro,
orientato a gesti concreti, sul tema: Le
erbe e i fiori: i saperi alimentari,
vissuti e della ricerca, il giardino di Maria, tenuto, venerdì 18 Maggio,
dalle ore 19,30, presso il centro parrocchiale.
Nel corso del Medioevo il
territorio della parrocchia di Sava fu partecipe delle vicende del priorato
verginiano di Penta. Nei documenti dell’Archivio Diocesano di Salerno relativi
all’Ecclesia Parrocchialis S. Agnesis
Sabba ricorre il termine Trinitatella.
La Trinitatella corrispondeva alla grancia del Monastero di Montevergine del
casale di Penta. Era un luogo, nello stesso tempo, di fede, economico e civile.
L’etimologia del termine grancia viene dal basso latino grànica, derivato da granum, grano. La grancia era una
fattoria, pensata per la custodia dei prodotti agricoli e amministrata
dal monaco “granciere”, con cappella e locali di soggiorno, affidati al
rappresentante dell’abate. Controversa è l’indicazione del luogo della grancia.
È stata, anche, avanzata l’ipotesi che la grancia corrispondesse alla cappella
campestre dedicata alla Madonna delle Grazie, costruita sul tuoro, prospiciente
la chiesa parrocchiale. Sono ipotesi. Certamente, la cappella campestre e il
tuoro della Madonna erano dentro ad un articolato reticolo di vie, sentieri,
tratturi, che conducevano al sacro monte
Partenio. Qui san Guglielmo aveva fatto dipingere dal fedele discepolo
Gualtiero l’imponente dossale raffigurante la Madonna delle Grazie, stabilmente
fissato dietro l’altare maggiore della prima chiesa.
La starza di S. Angelo posta presso il casale detto Saba nell’ottobre del 1305 entrò in un
atto di permuta tra Guglielmo abate di Montevergine ed il conte Tommaso
Sanseverino, che volle la costruzione della certosa di Padula.
Tra Penta, Orignano e Sava il priorato
verginiano in modo significativo modellò il paesaggio agrario, trasformato in
un razionale sistema produttivo. Si diffusero le colture del castagno, della
vite, dell’ulivo e del nocciolo, insieme a coltivazioni particolari
come quella del gelso. La coltivazione delle erbe e il loro sapiente uso dagli orti,dalla cucina e
dall’ospedale del priorato si trasferì negli orti e nelle case dei parzonari
virginiani.
Vi è dunque, sul
territorio della parrocchia e, più in generale, della Valle dell’Irno un ricco
patrimonio etnobotanico, a cui rivolgono amorevole attenzione le docenti Marisa
Di Matteo, del Dipartimento di Ingegneria chimica e dell’alimentazione, ed
Enrica De Falco, del Dipartimento di Scienze farmaceutiche e biomediche
dell’Università degli Studi di Salerno.
L’etnobotanica, va ricordato, è
la scienza che documenta gli usi delle piante nell’ambito delle tradizioni
popolari delle diverse civiltà ed ha l’obiettivo di salvaguardare una
conoscenza primordiale del mondo vegetale che se non fosse studiata sarebbe
destinata a cadere nell’oblio. La valorizzazione e la divulgazione delle
conoscenze sulla flora spontanea e dei suoi usi nell’alimentazione rappresenta
anche un’azione di salvaguardia della biodiversità intesa nella sua accezione
più ampia; la biodiversità, infatti, non è data solo dal numero di specie
presenti in una zona, ma comprende anche i modi con cui le piante si coltivano
e si utilizzano in cucina.
Siamo, dunque, alla prospettiva
dei gesti concreti, che l’incontro di lavoro intende dischiudere?
Oggi va tanto di moda un’agricoltura
e una cucina a Km zero. Ma con quali prodotti? A Km 0 ci sono solo
un’agricoltura e una cucina che intendono fare i conti con la biodiversità in
agricoltura.
Su questi temi lo scorso anno si
confrontarono: Lina Gargiulo, dell’azienda floricoltura Alpega Italia di Sarno;
Giovanna Cosimato, presidente dell’Università della Terza Età di Baronissi, le
docenti Marisa Di Matteo ed Enrica De Falco.
Nessun commento:
Posta un commento