Giovani in agricoltura.
Buon pranzo con i doni che sora nostra madre terra con generosità ci offre.

giovedì 2 maggio 2013

Programma del FoPD 2013



PER UN
CENTRO MARIANO INTERCULTURALE
DI EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA GLOBALE
PRESSO LA
PARROCCHIA SANT’AGNESE
SAVA






GLI ALBERI MARIANI DELL’AMISTAD
CON PAPA FRANCESCO
IN CAMMINO CON LA CESTA DELL’INTERCULTURA

SAVA, 17 - 18 Maggio 2013





VIRGEN GAUCHA DEL MATE





La sfida al mondo vecchio che Jorge Mario Bergoglio ha lanciato con i primi, rivoluzionari gesti del suo pontificato, a cominciare dalla scelta del nome, non è rivolta solo alla Chiesa. È rivolta anche a noi. Ci riguarda[1]. Papa Francesco ci invita ad un impegnativo cammino di fratellanza, amore e fiducia fra noi”.

Nella “mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli”, aveva ammonito Paolo VI, è il male del “mondo malato”. All'indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico imponeva alla chiesa di “mettersi al servizio degli uomini per cogliere tutte le dimensioni dello sviluppo dei popoli[2].
Nell’invito di Papa Francesco, risuona il richiamo di Paolo VI: “Voi tutti che avete inteso l'appello dei popoli sofferenti, voi tutti che lavorate per rispondervi, voi siete gli apostoli del buono e vero sviluppo, che non è la ricchezza egoista e amata per se stessa, ma l'economia al servizio dell'uomo, il pane quotidiano distribuito a tutti, quale sorgente di fraternità e segno della Provvidenza. Lo sviluppo è “il nome nuovo della pace[3].
Tutti gli uomini sono, dunque, come ribadito da Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollecitudo rei socialis, “legati da un comune destino da costruire insieme, se si vuole evitare la catastrofe per tutti[4]. L’altro è egualmente invitato da Dio al “banchetto della vita”.
I processi di globalizzazione, aggiunge Benedetto XVI con la Caritas in veritate[5], “adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi l’intero mondo”.
Difficoltà e pericoli, insiti nel processo di globalizzazione, potranno essere superati solo se si saprà “prendere coscienza di quell’anima antropologica ed etica, che dal profondo sospinge la globalizzazione stessa verso traguardi di umanizzazione solidale”. Ciò pone il problema di cogliere il fenomeno multidimensionale e polivalente della globalizzazione in tutte le dimensioni, compresa quella teologica. “Ciò consentirà di vivere ed orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione[6].
Occorre, dunque, favorire un vero incontro tra persone e culture. Rispetto all’epoca di Paolo VI, oggi le possibilità di “interazione tra le culture sono notevolmente aumentate dando spazio, puntualizza Benedetto XVI, “a nuove prospettive di dialogo interculturale, un dialogo che, per essere efficace, deve avere come punto di partenza l’intima consapevolezza della specifica identità dei vari interlocutori[7].
Serve, conclude Benedetto XVI, “un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio”. Per la Chiesa “l’unità della famiglia umana non annulla in sé le persone, i popoli e le culture, ma li rende più trasparenti l’uno verso l’altro, maggiormente uniti nelle loro legittime diversità”. La Chiesa intende superare il pericolo dell’appiattimento culturale e dell’omologazione dei comportamenti e degli stili di vita. Il nuovo slancio di pensiero è orientato a cogliere e a promuovere il significato profondo della cultura delle varie Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali la persona si misura con le domande fondamentali dell’esistenza[8].

Il tema della intercultura, cioè dei rapporti tra culture diverse, sempre presente nel corso della storia, è diventato urgente in periodi come il nostro, in cui l’emigrazione da un lato, le innovazioni tecnologiche dall’altro, rendono inevitabile lo scambio, il confronto, l’impatto con l’estraneo, il diverso, con singoli e popoli di differente sviluppo materiale e sociale[9].

Papa Francesco viene dalla storia dell’emigrazione. Una storia di successi e di lutti, di luci e di ombre: “Fu molto ostile, in certi momenti, il paese della pampa che ammassava i nostri nonni all’Hotel des Immigrantes di Buenos Aires, dove venne smistato con ogni probabilità anche il padre del futuro Papa Francesco sbarcato nel 1929 dal <<Giulio Cesare>>. E già chi sbarcava poteva dirsi fortunato. Molti non arrivarono mai nella terra agognata. Come i passeggeri affogati nel naufragio nel 1880, davanti a La Plata, del vapore <<Ortigia>>: 149 morti. O quelli che viaggiavano sul <<Sudamerica>>, che si inabissò nelle stesse acque nel 1888 con un carico di 80 anime. O ancora quelli che nel 1927 erano imbarcati sul <<Principessa Mafalda>> e dopo otto guasti al motore e un viaggio da spavento con la nave sempre più storta (…) furono inghiottiti dal mare davanti alla costa brasiliana: 657 morti. Parte recuperati, parte sbranati dagli squali come il ventenne Giovanni Fasano[10].
Nel 2005, l’allora cardinale di Buenos Aires e primate d’Argentina Jorge Mario Bergoglio
 in Italia per il penultimo Conclave, aveva deviato il suo viaggio proprio per salire sul Bricco Marmuré, la collina in borgata Stazione Portacomaro, nel cuore dell’Astigiano, per vedere la vecchia casa dei suoi avi. La terra delle sue origini. Quella terra di cui volle portarsi via un piccolo ricordo: una manciata d’argilla rinchiusa in un’ampolla.
Sul Bricco avevano abitato i suoi nonni fino al 1929 e anche il papà Mario Giuseppe Francesco, allora ventunenne, quando abbandonarono per sempre il Piemonte, per imbarcarsi sul piroscafo Giulio Cesare e sbarcare a Buenos Aires, in cerca di fortuna[11].

Con le loro “mani sapienti”, gli italiani portarono in emigrazione la loro fede popolare e tradizionale, colma di simboli, santi e processioni[12]. Santi di edicole o di piccole cappelle campestri, poste a segnare il paesaggio e a proteggere i lavori dei campi. Come la cappella campestre dedicata alla Madonna delle Grazie, costruita sul tuoro, a Sava, con il tiglio secolare a dominare lo spazio antistante. L’albero sacro degli antenati, simbolo di buon augurio, di fecondità, di longevità, di amicizia, era stato piantato nel luogo dove solitamente si radunava il popolo per la festa.
Tra le foto riportate dai giornali, dopo la sua elezione a Papa, non manca quella del cardinale Jorge Mario Bergoglio che beve il mate. I giornali ricordano che il mate è “un infuso tipico argentino”, la “bevanda nazionale degli argentini”. Nient’altro.
Non riferiscono che la yerba mate è un emblema della tradizione argentina che  risale ad  epoche anteriori alla costituzione dell’Argentina moderna:
La yerba mate (ilex paraguayensi - caá mata en guaraní) es una planta que crece sólo en el extremo nordeste argentino (Provincia de Misiones y Norte de la Provincia de Corrientes), sur de Paraguay y sudoeste de Brasil.
Cuando los primeros monjes jesuitas llegaron a la región, ya era un hábito entre los nativos el consumo de sus hojas en infusión.
Tan energizante resultaba el brebaje que los jesuitas decidieron cultivar este arbusto que, hasta entonces, crecía salvaje[13].

In Argentina bere il mate non è solo un’abitudine sociale, è un “infuso di filosofia” che si innesta nel profondo della cultura popolare:
El mate es mucho más que una sana bebida con historia. El mate es un gesto. Es cortesía. Es comunicación. Es un rito. Entre hombres, el mate iguala a todos en la ronda, da el tiempo para hablar y el respiro para escuchar. Y tiene, desde tiempos inmemoriales, un lenguaje del que se apropiaron, primero, los enamorados, allá, por la época de los gauchos. La forma de cebar un mate le demostraba al hombre lo que su "guaina" sentía por él. Cambiaron los tiempos, hoy se "matea" chateando, pero todavía quedan algunos memoriosos que recuerdan el lenguaje popular[14].
L’emigrante, che in Argentina si portava un pezzo di terra, un poco dell’odore della sua casa, dei suoi ricordi, incontrò il mate,  la yerba, lo único que hay siempre, en todas las casas. Fece propria un rito, cuando llega alguien a tu casa la primera frase es ¨hola¨ y la segunda "¿unos mates?".
Trovò, così, il punto di riferimento intorno a cui avvolgere la sua nuova identità argentina. E quando tornò volle portarsi un poco del sapore, dell’odore, della suggestione provata durante l’emigrazione, quasi un souvenir, quasi un condividere con familiari ed amici un gusto gradito. Fu così che il mate sbarcò in Italia,  segno di un incessante scambio di profumi e sapori tra le terre[15].
Oggi,  con la Chiesa di Papa Francesco, centrata sulla capacità di ascolto delle comunità locali[16], si può prospettare un altro scambio, di pietà mariana.
El mate es una infusión realizada con las hojas del árbol de yerba mate, ampliamente consumida en Argentina, Paraguay, Uruguay y el sur de Brasil. Cada zona tiene sus particularidades a la hora de cebar y tomar mate, pero siempre es un medio para celebrar la amistad o crear nuevos vínculos.
Estas características llevaron a que un grupo de laicos y sacerdotes de la provincia de Misiones patrocinaran la idea de que la Iglesia reconozca una nueva advocación de María bajo el nombre de Nuestra Señora Gaucha del Mate, y la entronice como patrona del MERCOSUR: a pedido del Cónsul argentino Dr. José C. Quijano, junto a los cónsules de Paraguay y Brasil lo han sugerido, dado que Argentina tiene a la Virgen de Lujan, Paraguay a la Virgen de Caacupé, Brasil a Nuestra Señora Aparecida, Uruguay a la Virgen de los Treinta y Tres Orientales. Y en la Virgen Guacha del Mate esta representada la fe Mariana de estas naciones y con el mate en sus manos benditas, el símbolo del Mercosur.
Cuando Juan Pablo II visitó la Argentina le obsequiaron numerosos mates, desde simples calabazas hasta mates de plata y oro, y se le convidó esta maravillosa infusión. En un escrito que el Papa entregó a Monseñor Lino Zanini el 1º de Mayo de 1993, puede leerse: "De todo corazón otorgamos la implorada bendición apostólica, bajo los auspicios de Nuestra Señora del Mate".
El presbítero Domingo Lancellotti, uno de los promotores de esta idea, dijo: "esta nueva imagen de la Virgen, de ropas comunes y simples, con el cotidiano gesto de servir un mate al lado del brasero... se instala a primera vista en el corazón de cualquier cristiano de estas tierras, que entiende como nadie la solidaridad y la comunión que el mismo encierra... y es inmediato el afecto que la gente siente ante la bella y querible imagen de la Virgen Gaucha del Mate..."[17].

A diferencia de lo que ocurre normalmente, esta advocación no tiene su origen en una aparición o un hecho milagroso, sino que nació para cristalizar el amor que los argentinos sentimos por esta bebida que nos permite compartir charlas y buenos momentos.
 La imagen de "Nuestra Señora Gaucha del Mate" fue creada por la pintora María Inés Rosñiski y representa a la Virgen como una pequeña y joven campesina, con sus ropas típicas, trenzas en su pelo, sentada a la sombra de un árbol en medio de un campo abierto. Como se explica más arriba, tiene un brasero a su lado y el mate entre las manos, ofreciéndolo.
"María vive en nuestro pueblo, y nuestro pueblo es María” (Monseñor Joaquín Piña, de puerto Iguazú). Es como la bendición de la tierra colorada de Misiones.

L’ idea di Chiesa di Papa Francesco, centrata sulla manifestazione di fede delle comunità locali, è dunque viva nell’America latina.
Sulla Virgen Gaucha y Matera Monseñor Estanislao Esteban Karlic, arzobispo de Paraná, opinó: "Que por mediación de María Santísima, Jesucristo justifique toda nuestra cultura".

A questo punto inizia a profilarsi il cammino di fratellanza indicato dal Papa: lungo il percorso vi sono gli alberi mariani dell’amistad, luoghi deputati alla sosta e alla preghiera.
Un luogo può essere la ricostruita cappella campestre della Madonna delle Grazie, sul tuoro a Sava con il suo antistante tiglio secolare. Il vano sottostante la chiesa potrebbe ospitare un centro mariano interculturale di educazione alla cittadinanza globale.
Nello scenario attuale la fraternità si configura non come atto dettato dalla buona coscienza, ma necessità impellente per rispondere alle domande e gli squilibri che questa società ha creato.
Ruolo della fraternità in questo contesto globalizzato sarà quindi quello di acquisire un valore
universale, nell’ottica oramai attuale di un nuovo tipo di cittadinanza, la cittadinanza globale[18].

La proposta del centro mariano interculturale sarà presentata il prossimo18 Maggio, giorno della seconda edizione di Fascination of Plants Day.


ALLEGATI

1. 
Non solo a scuola la via italiana per l’intercultura

Gradualmente in Italia è venuto a definirsi il tema dell’educazione interculturale e dell’integrazione degli alunni stranieri.
L’educazione interculturale compare nei Programmi scolastici per la scuola media del 1979 e nei Programmi per la scuola elementare del 1985. Viene esplicitamente riconosciuta negli Orientamenti didattici per la scuola materna del 1991. I Programmi Sperimentali “Brocca” per la scuola secondaria superiore del 1992 comprendono molteplici riferimenti interculturali rispetto all’insegnamento delle singole discipline.

Il Ministero della Pubblica Istruzione con le Circolari Ministeriali n.301 dell’8/9/1989 “Inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo: promozione e coordinamento delle iniziative per l’esercizio del diritto allo studio” e n. 205 del 22/7/1990 “La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale” dedica specifica attenzione alle esigenze d’inserimento degli alunni stranieri nella scuola dell’obbligo, fornendo indicazioni e suggerimenti sull’argomento e trattando dell’educazione interculturale.
In particolare nella Circolare n. 301 si afferma che, nonostante il fenomeno immigratorio esista da tempo, soltanto recentemente ha raggiunto dimensioni che rendono necessari interventi da parte della scuola tesi a garantire sia il diritto allo studio degli immigrati, sia la valorizzazione degli apporti di altre culture in una prospettiva di rispetto e cooperazione tra i popoli. Nella conclusione il documento si sofferma sulla didattica che deve prevedere obiettivi e percorsi individuali di apprendimento definiti sulla base delle condizioni pregresse in caso di presenza in classe di alunni di diversa etnia.
Con la Circolare n. 205 si afferma il principio del coinvolgimento degli alunni italiani in un rapporto interattivo con gli alunni stranieri/immigrati, in funzione del reciproco arricchimento. Questa disposizione introduce per la prima volta il concetto di educazione interculturale, intesa come la forma più alta e globale di prevenzione e contrasto del razzismo e di ogni forma di intolleranza. Gli interventi didattici, anche in assenza di alunni stranieri, devono tendere a prevenire il formarsi di stereotipi nei confronti di persone e culture.

 “Insegnare in una prospettiva interculturale”, dunque, così come sottolineato da  Giuseppe Fioroni ministro della Pubblica Istruzione nella premessa del documento “La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri”, “vuol dire piuttosto assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola, occasione privilegiata di apertura a tutte le differenze[19].
La via italiana all’intercultura, prospettata nel documento, è orientata ad unire alla capacità di conoscere ed apprezzare le differenze la ricerca della coesione sociale, in una nuova visione di cittadinanza adatta al pluralismo attuale, in cui si dia particolare attenzione a costruire la convergenza verso valori comuni. L’acquisizione e l’apprendimento dell’italiano si pone come

componente essenziale del processo di integrazione. L’uso dell’italiano costituisce  la condizione di base per capire ed essere capiti, per partecipare e sentirsi parte della comunità, scolastica e non. Nello stesso tempo il mantenimento della lingua d’origine è un diritto di ogni alunno ed è uno strumento fondamentale per la crescita cognitiva.
Diventa importante, durante i primi giorni dell’inserimento, rilevare i bisogni linguistici e di apprendimento, in generale, e anche le competenze e i saperi già acquisiti e, sulla base di questi dati, elaborare un piano di lavoro individualizzato.
Compito dell’insegnante è quello di favorire la crescita della classe interculturale attraverso l’ascolto, il dialogo, la comprensione nel senso più profondo del termine.  Si tratta di fare della classe un luogo di comunicazione e cooperazione. In questo senso, sono da sviluppare le strategie di apprendimento cooperativo che, in un contesto di pluralismo, possono favorire la partecipazione di tutti ai processi di costruzione delle conoscenze.

È interculturale”, ricorda Eleonora Piazza, ciò che si colloca “nel mezzo” tra le esperienze vissute dal soggetto: la prima esperienza rappresenta le origini, il luogo dove si è nati che segna profondamente il soggetto e la rinascita parziale indica il passaggio dal contesto di origine a quello dove si è immigrati[20].
Nella classe luogo di comunicazione e cooperazione, l’insegnante sostiene i propri alunni ponendosi come mediatore, “attivando forme diverse di dialogo, inteso come incontro tra l’Io ed il Tu, all’interno di un clima di accettazione e di empatia che facilita la comunicazione, la crescita ed il cambiamento[21].
Diventa, così, evidente che l’intercultura non è individuabile in una disciplina specifica ma va considerata come una prospettiva attraverso cui guardare tutto il sapere scolastico.
Storia, geografia, letteratura, matematica, scienze, arte, musica, nuovi linguaggi comunicativi e altri campi del sapere costituiscono un’occasione ineludibile di formazione alla diversità, permettendo di accostarsi non solo a diversi “contenuti”, ma anche a strutture e modi di pensare differenti.
La via italiana all’intercultura unisce alla capacità di conoscere ed apprezzare le differenze la ricerca della coesione sociale, in una nuova visione di cittadinanza adatta al pluralismo attuale, in cui si dia particolare attenzione a costruire la convergenza verso valori comuni.
Una scuola all’altezza dei tempi nuovi non può che proporre un’educazione interculturale, non, dunque, come qualcosa di eccezionale, speciale, straordinario, sottolineano Antonio Nanni e Sergio Abbruciati, bensì come la “nuova normalità dell’educazione, la caratteristica principale di una scuola normale e ordinaria”. L’interculturalità è un fatto di contenuti e di metodi, di relazione educativa, non certo di burocrazia scolastica[22].
 Studiare, in modo interculturale, la storia non significa parteggiare per i vincitori, ammoniscono Nanni e Economi. Va, invece,  proposta la storia al “rovescio”, cioè affrontare criticamente, in modo parallelo a quello tradizionale, il punto di vista dell’altro, di colui che non ha avuto e non ha ancora voce.
L’attenzione dovrebbe andare non tanto alle “scoperte geografiche” e alla portata geografica della scoperta di territori, paesaggi, ecosistemi da parte degli europei, quanto all’incontro con una diversa umanità e cultura. “In ragione di questa prospettiva, nell’esame delle “conseguenze della scoperta”, viene posto in evidenza lo scambio di varietà alimentari, minerali, vegetali e animali, ecc. tra l’Europa e il Nuovo Mondo, mentre è piuttosto diffusa la disattenzione alla conoscenza della storia e della cultura di Abia Yala (terra feconda), come veniva chiamata una parte di Amerindia prima di essere conquistata dagli europei[23].

Al declinare degli anni Novanta del secolo scorso, con i “Quaderni dell’interculturalità” la EMI, in collaborazione con il CEM, Centro di Educazione alla Mondialità, intendeva offrire “una risposta concreta e operativa alla domanda di avere a disposizione strumenti agili e di facile utilizzazione didattica in una prospettiva di interculturalità e di metodologia attiva”.
Un primo strumento era “Il mio zaino culturale”, “una sorta di “Pagine Gialle” dell’educazione interculturale nel nostro paese”, “una prima articolata risposta alla crescente domanda di informazione e orientamento[24].
Sabato 17 marzo 2012 presso la Casa dei Missionari Saveriani di Parma, in occasione dei 70 anni della fondazione di CEM Mondialità, si è tenuto il Convegno Non solo a scuola: i nuovi spazi dell'intercultura". Gianni Caligaris,  presidente del Centro Educazione alla Mondialità ha puntualizzato:  “L’intercultura è stata coltivata a lungo nel mondo della scuola, terreno di crescita dei futuri cittadini, ma oggi non basta più. Essa non è più (solo) una categoria pedagogica, un’opzione alta; è diventata una modalità imprescindibile nella progettazione e nella costruzione delle nostre comunità, attuali e future.
Deve uscire dai confini della scuola o della formazione in senso lato e pervadere tutti gli ambiti della nostra socialità, dall’urbanistica allo sport, dalla politica al mondo del lavoro,  dall’utilizzo delle nuove tecnologie all’esplorazione dei lessici e delle semantiche con cui ci comunicheremo il futuro, partendo dal patrimonio di buone pratiche che già operano nel territorio. Il nostro enorme sviluppo economico e tecnologico non ci ha ancora messo al sicuro, anzi, si odono tuttora «guerre e rumori di guerre». L’avvenire o sarà interculturale o non sarà!


 2. L’emigrazione
Emigranti italiani in viaggio per l’Argentina

Il grande flusso degli italiani ebbe inizio intorno agli anni '30 dell'800 e fu caratterizzato dall'arrivo di emigranti provenienti soprattutto dalle regioni del nord Italia. I primi a giungere sul Rio della Plata furono i liguri che approfittarono delle lunghe tradizioni marinare della loro regione e delle consolidate relazioni commerciali degli armatori genovesi, per formare popolose e fiorenti colonie di immigrazione. Seguirono, a distanza di pochi anni, piemontesi e lombardi richiamati, anch'essi, dalla favorevole congiuntura economica e dalle ampie possibilità di sviluppo offerte dal paese sudamericano.

Attraverso il racconto dell’avventurosa vita di Giuseppe Garibaldi è possibile ricostruire il mondo dei primi emigranti italiani in Argentina, Brasile, Uruguay.
Fra i ventotto e i quarant’anni Garibaldi visse dunque per lo più come corsaro e soldato di ventura in egoistiche lotte di parte che egli, nel suo innocente disinteresse, pensava servissero alla causa di una libertà pura e genuina”. Scrive Denis Mack Smith, che continua: “Un italiano aveva dato a Garibaldi quanto bastava a comprarsi un piccolo peschereccio, e così egli cominciò a commerciare in farina, zucchero e brandy su e giù per la costa. Ma era un affare misero. Mentre altri italiani si facevano una fortuna, lui non era abbastanza acuto per il commercio. Era troppo schietto, aveva troppa fiducia nella natura umana – e probabilmente si annoiava anche troppo – per mettersi a posto in quel modo. Non aveva ancora trovato il suo mestiere[25].
Gli emigranti italiani erano, dunque, dediti al commercio. Un altro italiano, sempre amico di Garibaldi, era il segretario di Benito Gonçalves presidente di Rio Grande do Sud, la provincia più meridionale dell’impero brasiliano, sottoposto ai portoghesi. Gli italiani erano attivi nei moti di indipendenza dai due imperi, portoghese e spagnolo. Abbandonato il commercio, Garibaldi divenne un corsaro. La prima preda fu un brigantino austriaco carico di caffè brasiliano; nei suoi ricordi, più tardi, Garibaldi affermò con orgoglio che si erano liberati cinque schiavi negri.
Sempre seguendo Garibaldi abbiamo dei dati circa la presenza italiana nel Sud America. A Montevideo su circa 32 mila abitanti, 11.431 soltanto erano uruguayani. Il rimanente era formato da emigrati delle più diverse nazionalità: 2533 argentini, 6324 francesi, 492 brasiliani, 3406 spagnoli, 609 inglesi, 559 portoghesi, 1344 africani, 861 senza patria conosciuta e ben 4205 italiani[26].   

Quando l'Argentina nel 1853 divenne una repubblica federale iniziò un progetto statale di colonizzazione agricola. In questo periodo si possono collocare i primi tentativi di immigrati italiani di acquisire lotti fondiari dalle province o direttamente dallo stato argentino. All'inizio si trattò di piccoli gruppi di persone ma tra il 1860 e il 1878 l'acquisizione di nuove porzioni della pampa e soprattutto dei territori del sud dell'Argentina diede una notevole spinta della politica fondiaria governativa. L'aumento sostenuto degli arrivi costrinse il Governo dello Stato di Buenos Aires ad istituire nel 1854 un'apposita commissione per l'emigrazione che, a sua volta, favorì l'apertura, nel 1857, di un primo centro di accoglienza per immigrati che può essere considerato il precursore del futuro Hotel de inmigrantes.

Alla fine del decennio 1870 si era profilata in Europa una crisi agraria assai grave: l’introduzione dei motori a vapore sulle navi costruite in ferro rendeva i viaggi per mare non solo più rapidi, ma anche più sicuri e quindi meno costosi, e permetteva l’importazione in Europa dalle Americhe e dalla Russia dei cereali a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati nei paesi europei.
La diminuzione dei prezzi si propagò anche ad altri prodotti agricoli quali la canapa e i bozzoli, risparmiando solo produzioni come olio e vino che non temevano la concorrenza internazionale.
L’Europa reagì in alcuni casi passando dalla cerealicoltura all’allevamento, in altri casi diffondendo la meccanizzazione e l’uso dei concimi chimici. Si giunse, infine, fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta a una reintroduzione generalizzata del protezionismo agricolo.
Anche in Italia la prima reazione alla crisi agraria non si discostò da quella europea. Nelle aree ricche della valle padana iniziò ad affermarsi una classe di imprenditori agricoli innovatori che introdussero pratiche più avanzate, macchinari, concimi chimici, con l’effetto di aumentare le rese agricole e diminuire i costi, rendendo ancora più esuberante il già eccessivo carico di manodopera.
Nel Mezzogiorno si diffusero le colture agrumarie, olearie e vitivinicole.

Intanto la crisi agraria aveva innescato una seconda ondata di emigrazione. Il Veneto, che sotto l’Austria era ancora una delle province più ricche della penisola, dopo l’annessione del 1866 precipitò in un declino agricolo. Le prime esperienze migratorie si indirizzarono proprio verso Vienna e l’Europa centrale, forse seguendo la traccia di movimenti stagionali e flussi commerciali precedenti l’unificazione. Progressivamente, l’attenzione degli emigranti si concentrò sull’America meridionale. Dal 1876 iniziò un diverso tipo di emigrazione veneta, a carattere stanziale e non più temporaneo. Meta preferita: Argentina, Uruguay e Messico, ma, soprattutto gli Stati meridionali del Brasile. Con i contadini veneti presero le rotte dell’emigrazione i lombardi e i piemontesi.
Con il nuovo decennio maturò la svolta industrialista, reclamata a gran voce dagli industriali italiani. Non solo il governo, osserva Carlo M. Cipolla[27], si decise a lanciare progetti infrastrutturali e edilizi, ma fornì diretto sostegno al decollo di nuovo industrie.

Le regioni del Nord approfittarono dell’ondata di protezionismo per irrobustire le proprie manifatture, per sviluppare nuove produzioni, per impiantare banche, scuole, politecnici, un insieme di iniziative che diedero vita al triangolo industriale.
La grave depressione agricola, invece, si abbatté come un flagello sulle popolazioni meridionali. La politica economica propugnata da Crispi, unita ad una modesta ma costante espansione demografica, produsse come conseguenza immediata un’enorme ondata di emigrazioni oltreoceano.
Questa volta ad arrivare per nave furono soprattutto i contadini dell’Italia meridionale, in particolare calabresi e siciliani, attirati dalle politiche adottate dal governo argentino. Nel 1882 il governo imitando la politica degli homesteads del governo statunitense decise di concedere gratuitamente venticinque ettari di terreno a piccoli nuclei familiari. Agli agricoltori immigrati anticipava le spese di viaggio dal porto di sbarco ai luoghi di destinazione e forniva il denaro necessario per scorte, viveri, sementi ed attrezzi.
 L’emigrazione transoceanica crebbe anche grazie al progresso nel trasporto marittimo, con lo sviluppo dei piroscafi a vapore. Al trasporto dei migranti furono assegnate le carrette del mare, con in media 23 anni di navigazione. Si trattava di piroscafi in disarmo chiamati “vascelli della morte”, che non potevano contenere più di 700 persone, ma ne caricavano più di 1.000, che partivano senza la certezza di arrivare a destinazione. Gian Antonio Stella nell’articolo precedentemente ricordato ricorda alcuni dei naufragi dei “vascelli della morte”.
Il viaggio via mare verso le Americhe non era una crociera per i migranti. In genere venivano stivati in terza classe, in condizioni pietose e prive di igiene. In fondo non si trattava che di “tonnellata umana” così come veniva chiamato il carico umano degli emigranti.
Le navi per migranti, per tutto l’Ottocento, mancavano di infermerie, ambulatori e farmacie.

La colonizzazione agricola (a Santa Fé, Chaco Australe, Cordoba, Buenos Aires, Entre Rios, Mendoza, Nuova Roma, Esperanza, San Carlos) da parte degli italiani è uno dei capitoli più riusciti dell’intera storia dell’Argentina. Gli italiani hanno portato nelle province di Cordoba e Mendoza la coltivazione della vite: nel 1910 erano attive a Mendoza più di 780 cantine e 675 distillerie, quasi tutte di italiani. Agli inizi del Novecento l’Argentina era considerata il 'granaio del mondo'.


 3.  
Caa’, la pianta mate


Con la leggenda Caa’, la pianta mate[28], vengo a sapere che l’erba mate è segno di amicizia nel sud dell’America Latina. Gli indios guaranì[29] la ritengono così importante da considerarla un dono del Cielo: della Luna e di una nuvola.
Riccò nel suo libro Favole dall’America latina[30], riporta una delle numerose leggende intorno all’origine della yerba mate è quella che narra di come Yasi ed Araì (le divinità che impersonano la luna e le nubi del crepuscolo) vagavano per i boschi dopo esser scese, per gioco, sulla terra.
La loro avventura rischiò di trasformarsi in tragedia quando incontrarono un giaguaro che le attaccò. Ma un vecchio cacciatore giunse in loro soccorso, le salvò e le ospitò nella sua modesta capanna, dove viveva con l’anziana moglie ed una giovane figlia.
Commosse da tanta ospitalità, nonostante la misera condizione di vita della famigliola, le due divinità decisero di premiare l’ospitalità donando al vecchio e alla sua famiglia la caà (yerba mate), pianta benefica e protettiva.

Vissuti sempre in armonia con la Madre Terra, come tutti i popoli indigeni, i Guaraní considerarono la flora e le sue proprietà curative come dono delle divinità[31]:
Según el credo y la nacionalidad de quien las narra, diferentes leyendas cuentan que es la luna, Jesucristo, o Santo Tomé quién creó la Yerba Mate, en agradecimiento a la hospitalidad de los hombres buenos, que siempre están representados por una familia de guaraníes. Sea quien fuere el artífice de tan bondadosa planta, todos coinciden en señalarla como una bendición del cielo y un símbolo de amistad. Esta es la versión guaraní más difundida sobre el origen de la Yerba Mate:

La Caá Yarí
Yasí, la luna, miraba con curiosidad las tierras que Tupá, el poderoso díos de los guaraníes, había recubierto con extensos y profundos bosques. Tanta belleza la llenaba de deseos de bajar a recorrerlos, descansar bajo su sombra, sentir el sonido del viento que jugaba con sus hojas. Tan imperiosa se volvió ésta necesidad, que una madrugada llamó a su amiga Araí, la nube rosada del crepúsculo, y la convenció para que bajaran juntas. Y así lo hicieron, bajo la apariencia de jóvenes y hermosas doncellas.
Durante todo un día pasearon por el bosque, y cuando el cansancio las comenzó a invadir, decidieron buscar reposo en una choza que habían visto. Hacia allí se dirigían cuando las sorprendió en el camino un yaguareté. Sin darles tiempo a abandonar su forma humana, el animal se abalanzó sobre ellas pero, antes de alcanzarlas, una flecha disparada desde la espesura del bosque lo hirió en el costado. El animal, enfurecido, se lanzó en busca de su nueva presa, un viejo indio quien disparó una segunda flecha que le atravesó corazón. Terminada la lucha, el indio, al notar la fatiga de las doncellas, les ofreció hospitalidad y así fue como Yasí y Araí fueron conducidas hasta su choza.
El hombre vivía junto a su mujer y su hija, Yarí, una muchacha dotada de una belleza excepcional. Los tres, fieles a los deseos de Tupá, se brindaron generosamente a sus huéspedes atendiéndolas con gran afecto y dándoles todo lo que su humildad les permitía.
Al día siguiente Yasí anunció que había llegado el momento de regresar. Sus amigas, las nubes, habían cubierto la noche, colocándose bien juntas para tapar el cielo y disimular su ausencia, pero ya no podía seguir de vacaciones por la tierra mientras otros trabajaban por ella.
Así las dos aventureras doncellas emprendieron el camino acompañadas del viejo. Este les confió el motivo de su vida aislada: al nacer Yarí, tan llena de virtudes, el temor de que en un futuro alguien o algo pudiera corromperla lo llevó a alejarse de la comunidad en que vivía para mantener intactos los dones con que Tupá había embellecido a su hija.
Cuando Araí y Yasí estuvieron solas, abandonaron su forma humana y subieron a ocupar su lugar en el cielo. Tan agradecidas se sentían por la hospitalidad del viejo indio y sus mujeres que decidieron premiarlos por tanta bondad y se pusieron a pensar en cuál sería el mejor regalo.
Así fue como una noche, mientras los tres aborígenes dormían profundamente, Yasí esparció frente a su choza semillas celestes; desde el cielo iluminó fuertemente donde las había sembrado mientras Araí empapaba la tierra con una dulce y suave lluvia.
 Al llegar la mañana, ante la choza habían brotado unos árboles desconocidos hasta entonces, cubiertos de blancas flores y oscuras hojas. Al despertarse con semejante sorpresa, el viejo indio, su mujer y su hija quedaron maravillados, sin encontrar explicación a lo que sus ojos veían. Y entonces apareció Yasí, en forma de la doncella que ellos habían conocido, y les habló así:
-No tengáis ningún temor - les dijo -. Yo soy Yasí, la diosa que habita en la luna, y vengo a premiaros vuestra bondad. Esta nueva planta que veis es la yerba mate, y desde ahora para siempre constituirá para vosotros y para todos los hombres de esta región el símbolo de la amistad. Vuestra hija vivirá eternamente y jamás perderá ni la inocencia ni la bondad de su corazón y ella será la dueña de la yerba.Luego de éstas palabras, Yasí regresó al cielo, no sin antes enseñarles cómo tostar la yerba, preparar y tomar el mate.
Pasó el tiempo, el matrimonio envejeció hasta que sus almas abandonaron sus cuerpos. Luego, cuando Yarí hubo cumplido sus deberes rituales, también desapareció de la tierra. Pero aún suele vérsela cada tanto por los yerbales: joven, hermosa y rubia, conservando aún la inocencia y el candor de su alma, se pasea entre esas plantas que fueran un regalo de la luna en agradecimiento a la hospitalidad de los hombres; en sus palabras: un símbolo de amistad[32].

4. Il FoPD della cittadinanza globale


Nel discorso d’inizio pontificato Papa Francesco ha richiamato ognuno di noi a “custodire l'intero creato, la bellezza del creato, ad “avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l'ambiente in cui viviamo”.

Riteniamo uno scandalo ed un delitto che vengano inferti danni irreparabili al creato e siamo convinti della necessità di un rapporto nuovo ed armonioso fra l’uomo ed il resto della natura. Si era affermato nel 1989 alla prima Assemblea Ecumenica di Basilea invitando con forza le Chiese all’impegno nella  salvaguardia il creato:
È assolutamente necessario comprendere che dobbiamo condividere le ricchezze di questa Terra con le generazioni e la vita futura. Pertanto ci assumiamo l’impegno di adottare un nuovo stile di vita nelle nostre Chiese, società, famiglie, comunità. … Come cristiani viviamo nell’alleanza che Dio ha stretto con noi e con tutta la creazione. … È a lui, al nostro Dio, che dobbiamo in primo luogo fedeltà. Tutte le altre realtà … sono ad essa secondarie. Su questo si fonda il nostro impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato[33].

Le risorse nella civiltà industriale e paradossalmente ora ancor più nell’attuale società postindustriale, ricorda Giuliana Martirani, hanno smesso di essere patrimonio comune dell’umanità, beni del creato, manufatti di Dio, e sono diventate bene privato, “strumento primario del capitalismo selvaggio a cui si avvia l’umanità nel suo nuovo disordine mondiale”.
L’omogeneizzazione culturale è un fattore di pericolo per l’umanità. La velocità di spostamento mentre facilita l’incontro tra le culture, le espone anche a un fagocitamento da parte delle culture più aggressive, soprattutto quando quelle più deboli sono portate nelle aree più ricche, nel Nord, dagli emigrati, quelli che oggi chiamiamo gli immigrati extracomunitari. Le loro culture “rischiano di subire lo stesso disprezzo che subiscono loro stessi come individui, inducendo in essi l’abbandono della fierezza del proprio sé culturale ed etnico e riducendo con ciò le possibilità di sviluppi differenziati”.
Il ruolo di scienziati ed educatori, continua la Martirani, è aiutare a passare dalla prospettiva dell’eco-nomia, che si ha nei confronti della natura, a quella dell’eco-logia.
Se con la prospettiva dell’eco-nomia la terra deve essere dominata dall’uomo, con quella dell’eco-logia l’uomo e la terra sono la tela della vita.
Con la prospettiva dell’eco-nomia, l’uomo controlla con le sue leggi l’ambiente umano, oicos nomos = economia, con quella dell’eco-logia le leggi della natura e dell’uomo devono tra loro entrare in dialogo, in discorso, oicos logos = ecologia, perché uomini e natura sono legati da un comune destino”.
Per l’eco-nomia il denaro e il capitale, conclude la Martirani, “sono le Dotazioni e i Patrimoni più importanti per risolvere i problemi e per ogni pianificazione economica; l’ecologia, invece, sostiene che le Dotazioni e i Patrimoni naturali, biologici e culturali hanno un tempo infinitamente
superiore di accumulazione e di durata del Patrimonio monetario (legge di K. Madden) e che per uno sviluppo sostenibile bisogna privilegiare i patrimoni con maggiore durata[34].

Si pone il problema di un’informazione, di una formazione e di un’educazione dallo sguardo interculturale. La sfida della cittadinanza mondiale è quella di educare a misurarsi con questioni così complesse che minacciano la sostenibilità e che costruiranno il futuro del pianeta. Per questo motivo la scuola, pur avendo un ruolo centrale e insostituibile nella formazione delle nuove generazioni, da sola non può riuscirvi. È necessario un impegno ampio e profondo da parte di molteplici settori della società[35].
I processi educativi in situazioni formali non-formali e informali devono aprire la strada a una migliore comprensione di un mondo sempre più globalizzato. In tale direzione il Programma per l’Educazione Globale del Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa, che coinvolge un gruppo di esperti della rete per la Settimana dell’Educazione Globale del Centro Nord-Sud, ha approntato
le Linee Guida per l’Educazione Globale, essenziale per tutti i cittadini per acquisire la conoscenza e le capacità per capire, partecipare e interagire criticamente con la nostra società globale, come cittadini globali empowered: “L'educazione globale concerne l'implementazione della visione che tende ad un modello di partenariato fra popoli, culture e religioni al livello micro e macro.
L'apprendimento trasformativo attraverso l'educazione globale implica un profondo spostamento
strutturale nelle premesse di base dei pensieri, dei sentimenti e delle azioni. È un'educazione per la
mente tanto quanto per il cuore. Ciò implica un cambiamento radicale verso l'interconnessione e
crea nuove possibilità per ottenere più uguaglianza, giustizia sociale, comprensione e cooperazione
fra i popoli.
“L'educazione globale come apprendimento trasformativo offre gli strumenti per produrre cambiamenti a livello locale che influenzino il globale, nel senso di costruire una cittadinanza attraverso strategie e metodi partecipativi, in modo che le persone imparino ad assumersi responsabilità piuttosto che lasciarle solo nelle mani dei governi e degli altri decisori.
Ma l'educazione globale non riguarda solo temi globali, problemi globali e come trovare soluzioni
condivise. Si tratta anche di come immaginare un futuro comune con condizioni di vita migliori per
tutti, connettendo prospettive locali e globali, e di come rendere possibile e reale questa visione,
iniziando dal nostro piccolo angolo di mondo. L'apprendimento trasformativo rende le persone
capaci di modellare la visione condivisa di un mondo più giusto e sostenibile per tutti. È perciò
cruciale, in tale prospettiva trasformativa, concentrarsi sul tipo di futuro che vogliamo”.
Nel praticare l’educazione globale, dunque, è molto importante creare collegamenti con altri paesi, culture e società fare rete fra i popoli.

Una rete è la Giornata Internazionale del Fascino delle Piante che si svolge il 18 Maggio contemporaneamente in diversi paesi del mondo. Il ‘Fascination of Plants Day’ (FoPD) è un’iniziativa lanciata dall’EPSO (European Plant Science Organization), un’associazione che raccoglie più di duecento istituzioni di ricerca, fra cui università ed altri enti in Europa con lo scopo di migliorare la visibilità della ricerca sulle piante e di sottolinearne l’importanza per l’economia e per l’ambiente.

Lo scorso anno si è svolta la prima edizione. E’ stata un’opportunità per mostrare finalmente al grande pubblico quanto siano importanti le piante e la ricerca sulle piante per la nostra società e come la ricerca sulle piante può contribuire a risolvere problemi importanti che il nostro mondo si trova ad affrontare.

La Parrocchia  Sant’Agnese in Sava di Baronissi con l’associazione “Donne in campo” della C.I.A. di Salerno, con l’Università della Terza Età di Baronissi, con l’Università degli Studi di Salerno ha partecipato al primo FoPD organizzando l’incontro di lavoro, orientato a gesti concreti, sul tema: Le erbe e i fiori: i saperi alimentari, vissuti e della ricerca, il giardino di Maria, tenuto, venerdì 18 Maggio, dalle ore 19,30, presso il centro parrocchiale.

Nel corso del Medioevo il territorio della parrocchia di Sava fu partecipe delle vicende del priorato verginiano di Penta. Nei documenti dell’Archivio Diocesano di Salerno relativi all’Ecclesia Parrocchialis S. Agnesis Sabba ricorre il termine Trinitatella. La Trinitatella corrispondeva alla grancia del Monastero di Montevergine del casale di Penta. Era un luogo, nello stesso tempo, di fede, economico e civile. L’etimologia del termine grancia viene dal basso latino grànica,  derivato da granum, grano. La grancia era una fattoria, pensata per la custodia dei prodotti agricoli e  amministrata dal monaco “granciere”, con cappella e locali di soggiorno, affidati al rappresentante dell’abate. Controversa è l’indicazione del luogo della grancia. È stata, anche, avanzata l’ipotesi che la grancia corrispondesse alla cappella campestre dedicata alla Madonna delle Grazie, costruita sul tuoro, prospiciente la chiesa parrocchiale. Sono ipotesi. Certamente, la cappella campestre e il tuoro della Madonna erano dentro ad un articolato reticolo di vie, sentieri, tratturi, che  conducevano al sacro monte Partenio. Qui san Guglielmo aveva fatto dipingere dal fedele discepolo Gualtiero l’imponente dossale raffigurante la Madonna delle Grazie, stabilmente fissato dietro l’altare maggiore della prima chiesa.
La starza di S. Angelo posta presso il casale detto Saba nell’ottobre del 1305 entrò in un atto di permuta tra Guglielmo abate di Montevergine ed il conte Tommaso Sanseverino, che volle la costruzione della certosa di Padula.
Tra Penta, Orignano e Sava il priorato verginiano in modo significativo modellò il paesaggio agrario, trasformato in un razionale sistema produttivo. Si diffusero le colture del castagno, della vite, dell’ulivo e del nocciolo, insieme   a coltivazioni particolari come quella del gelso. La coltivazione delle erbe e il loro sapiente uso dagli orti,dalla cucina e dall’ospedale del priorato si trasferì negli orti e nelle case dei parzonari virginiani.
Vi è dunque, sul territorio della parrocchia e, più in generale, della Valle dell’Irno un ricco patrimonio etnobotanico, a cui rivolgono amorevole attenzione le docenti Marisa Di Matteo, del Dipartimento di Ingegneria chimica e dell’alimentazione, ed Enrica De Falco, del Dipartimento di Scienze farmaceutiche e biomediche dell’Università degli Studi di Salerno.
L’etnobotanica, va ricordato, è la scienza che documenta gli usi delle piante nell’ambito delle tradizioni popolari delle diverse civiltà ed ha l’obiettivo di salvaguardare una conoscenza primordiale del mondo vegetale che se non fosse studiata sarebbe destinata a cadere nell’oblio. La valorizzazione e la divulgazione delle conoscenze sulla flora spontanea e dei suoi usi nell’alimentazione rappresenta anche un’azione di salvaguardia della biodiversità intesa nella sua accezione più ampia; la biodiversità, infatti, non è data solo dal numero di specie presenti in una zona, ma comprende anche i modi con cui le piante si coltivano e si utilizzano in cucina.

Siamo, dunque, alla prospettiva dei gesti concreti, che l’incontro di lavoro intende dischiudere?
Oggi va tanto di moda un’agricoltura e una cucina a Km zero. Ma con quali prodotti? A Km 0 ci sono solo un’agricoltura e una cucina che intendono fare i conti con la biodiversità in agricoltura.
Su questi temi lo scorso anno si confrontarono: Lina Gargiulo, dell’azienda floricoltura Alpega Italia di Sarno; Giovanna Cosimato, presidente dell’Università della Terza Età di Baronissi, le docenti Marisa Di Matteo ed Enrica De Falco.

Con la partecipazione alla seconda edizione del FoPD, si riprende la traccia di lavoro dello scorso anno: Le erbe e i fiori: i saperi alimentari, vissuti e della ricerca, il giardino di Maria, tenendo conto dell’inventario delle erbe e dei fiori del tuoro della Madonna, condotto dalle laureande in tecniche erboristiche Roberta Esposito e Hanna Amelchenko.

In particolare si punta ad una messa a fuoco, in chiave interculturale, degli alberi del giardino di Maria simbolo dell’amistad.


Note :
[1] A. Cazzullo, Una scossa per tutti, in Corriere della Sera, Venerdì 15 Marzo 2013, p. 1. Continua Cazzullo: “Il coraggio con cui il nuovo Papa intende combattere la corruzione, gli intrighi, l’ostentazione, l’egoismo non si fermerà alle mura del Vaticano o sul sagrato delle parrocchie. Investirà la comunità dei credenti e l’intera società; non solo le autorità politiche (…); ma pure le coscienze di tutti e di ciascuno”.
[2] Paolo VI, Populorum progressio, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1967, 66, 1.
[3] Ibidem, 86, 26.
[4] Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1988, 26.

[5]A oltre quarant’anni dalla pubblicazione dell’Enciclica, intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciati, per attualizzarli nell’ora presente”, Benedetto XVI, Caritas in veritate, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009, Introduzione.
[6] Ibidem, 42.
[7] Ibidem, 26.
[8] Ibidem, 53, 26.
[9] A. Rigobello, I volti dell’interculturalità,
[10]  G. A. Stella, Naufragi e miseria, pregiudizi e follia. I nonni italiani dell’Argentina moderna, in Corriere della Sera, Venerdì 15 Marzo 2013, p. 12.
[11] A. Laggia, <<Cari amici, parliamo piemunteis>>, in Famiglia Cristiana, n. 12, 24 Marzo 2013, p. 28.
[12] Tra i più venerati del calendario dei santi contadini erano sant’Antonio Abate, protettore degli animali da stalla e da cortile; poi sant’Antonio da Padova, il santo del pane; san Vincenzo Ferreri, protettore dei raccolti; san Rocco, invocato contro la peste, caro anche per quel pane che il cane misterioso gli offre.

[13] Ibidem, Algo de historia de la yerba mate.
[14] Ibidem, El lenguaje del mate.
[15] A. Marenco, Abitudini alimentari ed emigrazione in Valle Bormida: il “mat” di Giusvalla in D. Montino (a cura di) Storie della Valle Bormida, edizioni della Comunità Montana Alta Val Bormida, Millesimo 2006.
Ancora oggi a Lungro, cittadina della Calabria, il mate è preparato ed offerto secondo la tradizione delle popolazioni indios del Paese d’origine. “Gli stessi gesti, la stessa ritualità,  le stesse occasioni e lo stesso modo di conversare. Forse anche il luogo ha qualcosa in comune: gli indios davanti le loro capanne, seduti attorno al fuoco, indispensabile per riscaldare l’acqua con la pava, e gli arbresh di Lungro, attorno al focolare o al braciere magari seduti sul ballatoio per fare le medesime operazioni. La sua degustazione avviene nell’ambito strettamente familiare e di vicinato (gjitonia)  creando un legame simbolico tra quanti al momento partecipano alla ritualità, che consiste nel far passare contenitore e cannuccia di mano in mano affinché ciascuno possa bere la sua parte, comunque tutto il contenuto, con l’utilizzo della stessa cannuccia, osservando scrupolosamente ciascuno il proprio turno che è stabilito dall’anzianità e dall’importanza delle persone presenti. Un rituale che rappresenta un momento di distensione e di riposo, di vita in comune, di scambio, di commenti e di opinioni. E’ il momento in cui si gode la compagnia, si rinsaldano antiche e nuove amicizie, si da vita alla tipica “gjitonia arbëreshe”, quale senso di fraternità e di solidarietà e si chiacchiera sui fatti e sulle persone del luogo. L’offerta del mate all’ospite, poi, simboleggia l’accettazione e la considerazione della persona stessa quale segno di benevolenza. Quindi l’invito a berlo è il benvenuto che si fa all’ospite al quale non è consentito, se non per forza maggiore, opporre rifiuto A. Frega, La yerba mate una tradizione ancora viva in I Calabresi nel mondo, Rivista d’informazione della Regione Calabria Anno IV, n.11, Novembre 2003, pag. 20.


[16] Papa Francesco ha scelto 8 cardinali come suoi consiglieri. Li ha chiamati da ogni continente: Giuseppe Bertello, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano; Francisco Javier Errazuriz Ossa, Arcivescovo emerito di Santiago del Cile; Oswald Gracias, Arcivescovo di Bombay; Reinhard Marx, Arcivescovo di Monaco e Frisinga; Laurent Monswengo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa; Sean Patrick ÒMalley. Arcivescovo di Boston; George Pell, Arcivescovo di Sidney; Oscar Andres Maradiaga Rodrìguez, Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), con funzione di coordinatore. Nel gruppo figura anche mons. Marcello Semeraro, Vescovo di Albano, con funzione di segretario.
[17] In Yerba Mate el Oro Verde Jesuita.[18] M. Isolan – V. L. Sciabolazza, Fraternità e sobrietà:scelta e stile di vita, in wwwsobrietas.org
[19] In Ministero della Pubblica Istruzione, La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri, Ottobre 2007, p. 4.
[19] E. Piazza, Pedagogia interculturale, Università Europea di Roma.
[20] Ibidem, p. 38
[21] A. Nanni – S. Abbruciati, Il mio zaino interculturale. Quaderni dell’intercultura 1, EMI, Bologna 1996, p. 3
[22] A. Nanni – C. Economi, Didattica interculturale della storia. Quaderni dell’intercultura 3, EMI, Bologna 1997, pp. 85, 83.
[23] A. Nanni – S. Abbruciati, Il mio zaino interculturale. Quaderni dell’intercultura 1, EMI, Bologna 1996, pp. 3, 4.[24] D. M. Smith, Garibaldi, Mondadori, Milano 1993, pp. 14, 15. c$ n c a � `� otnote'>[1] A. Nanni – C. Economi, Didattica interculturale della storia. Quaderni dell’intercultura 3, EMI, Bologna 1997, pp. 85, 83.

[25] A. Nanni – S. Abbruciati, Il mio zaino interculturale. Quaderni dell’intercultura 1, EMI, Bologna 1996, pp. 3, 4.
[26] A. Fratta, Garibaldi, Società Editrice Napoletana, Napoli 1982, p. 80.
[27] Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi. Raccontata a grandi linee da Carlo M. Cipolla e altri autori, Mondadori, Milano 1995.
[28]Nella scuola dell’intercultura trovano spazio i miti, le fiabe, le favole, le leggende tutti racconti di tradizione popolare tramandati oralmente. A differenza del mito, la fiaba ha carattere profano, a differenza della leggenda non si prefigge di spiegare l'origine delle cose; a differenza della favola, non ha una morale esplicita ed è caratterizzata da un lieto fine.
 La favola in prospettiva interculturale rappresenta un genere narrativo universale che si ritrova nella tradizione orale di ciascun popolo e che si tramanda da una generazione ad un’altra modificandosi e adattandosi via via ai cambiamenti di tempo e di spazio. Con la magia della parola narrata possiamo entrare nella vita quotidiana di un villaggio e scoprirne il modo di vivere.

[29] Secondo alcuni storici, all'incirca verso il 3000 a.C. nella zona dell'America del Sud c'erano 3 grandi gruppi etnici: gli Andini all'ovest, gli Arauakos al nord e un terzo gruppo, il più numeroso, chiamato Tupi-Guaraní, con una grande estensione territoriale. Sembra che quest'ultima popolazione sia lentamente emigrata dall'America centrale fino ad arrivare nell'America del Sud.
I Tupi-Guaraní, posto il carattere seminomade che li caratterizzava, non svilupparono materiali e costruzioni imponenti come fecero invece altre culture amerindie (ad esempio Incas e Maya), ma ci lasciarono un'eredità ancora più preziosa: la loro lingua, anche se non venne sviluppata nella forma scritta.
Per varie ragioni, tra le quali la forte persecuzione con la quale furono attaccati dalla dominazione portoghese, la lingua tupi decadde rapidamente, fino quasi a sparire, mentre curiosamente, la lingua guaraní acquisì una notevole influenza nel sud boliviano, nord est argentino, sudest brasiliano e Paraguay.
I viaggi attraverso territori tanto estesi permisero ai Guaraní/chiriguanos di conoscere in profondità la flora del territorio che attraversavano, di cui ne studiavano le proprietà curative.
Nell’introduzione a Caa’, la pianta mate Mario Riccò fornisce brevi notizie sui Guaranì, sopravvissuti meglio degli altri indios sudamericani. Nei secoli XVI e XVII i missionari gesuiti li organizzarono in insediamenti ampi nelle fertili vallate tra i fiumi Paraguai e Paranà. Tale attività infastidiva non poco i colonizzatori europei, probabilmente perché i missionari impedivano che gli indios fossero usati come schiavi. I gesuiti furono espulsi. Degli insediamenti, meglio conosciuti come  <<riduzioni>>, restano solo le rovine invase dalla vegetazione, ma gli indios sopravvissero.

[30] Tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 del Novecento l’Editrice Missionaria Italiana (EMI) ha pubblicato Favole dal mondo, “ un prezioso strumento educativo per aiutare i ragazzi a confrontarsi con la cultura di altri popoli, di cui le favole sono delle espressioni più autentiche e significative”. Mario Riccò  ha curato Favole dall’America latina.
[31] "Per il nostro popolo non è possibile dimenticare che dalla terra nasce tutta la natura, tutta la vita, perché dopo che il nostro Dio creò la natura capì che non c'era nessuno per ammirare i fiumi, i boschi e le montagne. Fu per questo che pensò e creò i Guaraní per ammirare tutta la bellezza del creato”,  in E. Celestini, La violenza gentile dei Guaranì, wwwpeacelink.it.
[32] wwwelbastioncom, Leyenda.
[33] H. Kerner, Salvaguardia del creato: le chiese evangeliche e il processo di riconciliazione, in Religioni e Ambiente Atti del Convegno Internazionale Interreligioso Arezzo – La Verna – Camaldoli 4 – 6 maggio 1995, Edizioni Camaldoli 1996, pp. 45, 46.
[34] G. Martirani, Il drago e l’agnello Dal mercato globale alla giustizia universale, Paoline, Torino 2001, pp. 177, 178.
[35] P. Gioda, Educare per una cittadinanza mondiale nella scuola in cui vogliamo continuare a credere e a lavorare, in L’educazione letteraria e giuridica per una cittadinanza mondiale. Atti del III Seminario di Educazione Interculturale, Quaderni FOCSIV 63, p. 53








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