CAPPELLA CAMPESTRE “MADONNA
DELLE GRAZIE”
La Parrocchia
Sant’Agnese in Sava di Baronissi con l’associazione “Donne in campo” della
C.I.A. di Salerno, con l’Università della Terza Età di Baronissi, con
l’Università degli Studi di Salerno ha partecipato al primo FoPD organizzando
l’incontro di lavoro, orientato a gesti concreti, sul tema: Le erbe e
i fiori: i saperi alimentari, vissuti e della ricerca, il giardino di Maria,
tenuto, venerdì 18 Maggio, dalle ore 19,30, presso il centro parrocchiale.
Nel corso del Medioevo il territorio della
parrocchia di Sava fu partecipe delle vicende del priorato verginiano di Penta.
Nei documenti dell’Archivio Diocesano di Salerno relativi all’Ecclesia
Parrocchialis S. Agnesis Sabba ricorre il termine Trinitatella. La
Trinitatella corrispondeva alla grancia del Monastero di Montevergine del
casale di Penta. Era un luogo, nello stesso tempo, di fede, economico e civile.
L’etimologia del termine grancia viene dal basso latino grànica,
derivato da granum, grano. La grancia era una fattoria, pensata per la
custodia dei prodotti agricoli e amministrata dal monaco “granciere”, con
cappella e locali di soggiorno, affidati al rappresentante dell’abate.
Controversa è l’indicazione del luogo della grancia. È stata, anche, avanzata l’ipotesi
che la grancia corrispondesse alla cappella campestre dedicata alla Madonna
delle Grazie, costruita sul tuoro, prospiciente la chiesa parrocchiale. Sono
ipotesi. Certamente, la cappella campestre e il tuoro della Madonna erano
dentro ad un articolato reticolo di vie, sentieri, tratturi, che
conducevano al sacro monte Partenio. Qui san Guglielmo aveva fatto dipingere
dal fedele discepolo Gualtiero l’imponente dossale raffigurante la Madonna
delle Grazie, stabilmente fissato dietro l’altare maggiore della prima chiesa.
La starza di S. Angelo posta presso il
casale detto Saba nell’ottobre del 1305 entrò in un atto di permuta
tra Guglielmo abate di Montevergine ed il conte Tommaso Sanseverino, che volle
la costruzione della certosa di Padula.
Tra Penta, Orignano e Sava il priorato
verginiano in modo significativo modellò il paesaggio agrario, trasformato in
un razionale sistema produttivo. Si diffusero le colture del castagno, della
vite, dell’ulivo e del nocciolo, insieme a coltivazioni particolari
come quella del gelso. La coltivazione delle erbe e il loro sapiente uso dagli orti,dalla cucina e
dall’ospedale del priorato si trasferì negli orti e nelle case dei parzonari
virginiani.
Vi è dunque, sul
territorio della parrocchia e, più in generale, della Valle dell’Irno un ricco
patrimonio etnobotanico, a cui rivolgono amorevole attenzione le docenti Marisa
Di Matteo, del Dipartimento di Ingegneria chimica e dell’alimentazione, ed
Enrica De Falco, del Dipartimento di Scienze farmaceutiche e biomediche
dell’Università degli Studi di Salerno.
L’etnobotanica, va ricordato, è la scienza
che documenta gli usi delle piante nell’ambito delle tradizioni popolari delle
diverse civiltà ed ha l’obiettivo di salvaguardare una conoscenza primordiale
del mondo vegetale che se non fosse studiata sarebbe destinata a cadere
nell’oblio. La valorizzazione e la divulgazione delle conoscenze sulla flora
spontanea e dei suoi usi nell’alimentazione rappresenta anche un’azione di
salvaguardia della biodiversità intesa nella sua accezione più ampia; la
biodiversità, infatti, non è data solo dal numero di specie presenti in una
zona, ma comprende anche i modi con cui le piante si coltivano e si utilizzano
in cucina.
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