Giovani in agricoltura.
Buon pranzo con i doni che sora nostra madre terra con generosità ci offre.

giovedì 11 luglio 2013

CAPPELLA CAMPESTRE “MADONNA DELLE GRAZIE”

CAPPELLA CAMPESTRE “MADONNA DELLE GRAZIE”
La Parrocchia  Sant’Agnese in Sava di Baronissi con l’associazione “Donne in campo” della C.I.A. di Salerno, con l’Università della Terza Età di Baronissi, con l’Università degli Studi di Salerno ha partecipato al primo FoPD organizzando l’incontro di lavoro, orientato a gesti concreti, sul tema: Le erbe e i fiori: i saperi alimentari, vissuti e della ricerca, il giardino di Maria, tenuto, venerdì 18 Maggio, dalle ore 19,30, presso il centro parrocchiale.

Nel corso del Medioevo il territorio della parrocchia di Sava fu partecipe delle vicende del priorato verginiano di Penta. Nei documenti dell’Archivio Diocesano di Salerno relativi all’Ecclesia Parrocchialis S. Agnesis Sabba ricorre il termine Trinitatella. La Trinitatella corrispondeva alla grancia del Monastero di Montevergine del casale di Penta. Era un luogo, nello stesso tempo, di fede, economico e civile. L’etimologia del termine grancia viene dal basso latino grànica,  derivato da granum, grano. La grancia era una fattoria, pensata per la custodia dei prodotti agricoli e  amministrata dal monaco “granciere”, con cappella e locali di soggiorno, affidati al rappresentante dell’abate. Controversa è l’indicazione del luogo della grancia. È stata, anche, avanzata l’ipotesi che la grancia corrispondesse alla cappella campestre dedicata alla Madonna delle Grazie, costruita sul tuoro, prospiciente la chiesa parrocchiale. Sono ipotesi. Certamente, la cappella campestre e il tuoro della Madonna erano dentro ad un articolato reticolo di vie, sentieri, tratturi, che  conducevano al sacro monte Partenio. Qui san Guglielmo aveva fatto dipingere dal fedele discepolo Gualtiero l’imponente dossale raffigurante la Madonna delle Grazie, stabilmente fissato dietro l’altare maggiore della prima chiesa.
La starza di S. Angelo posta presso il casale detto Saba nell’ottobre del 1305 entrò in un atto di permuta tra Guglielmo abate di Montevergine ed il conte Tommaso Sanseverino, che volle la costruzione della certosa di Padula.
Tra Penta, Orignano e Sava il priorato verginiano in modo significativo modellò il paesaggio agrario, trasformato in un razionale sistema produttivo. Si diffusero le colture del castagno, della vite, dell’ulivo e del nocciolo, insieme   a coltivazioni particolari come quella del gelso. La coltivazione delle erbe e il loro sapiente uso dagli orti,dalla cucina e dall’ospedale del priorato si trasferì negli orti e nelle case dei parzonari virginiani.
Vi è dunque, sul territorio della parrocchia e, più in generale, della Valle dell’Irno un ricco patrimonio etnobotanico, a cui rivolgono amorevole attenzione le docenti Marisa Di Matteo, del Dipartimento di Ingegneria chimica e dell’alimentazione, ed Enrica De Falco, del Dipartimento di Scienze farmaceutiche e biomediche dell’Università degli Studi di Salerno.
L’etnobotanica, va ricordato, è la scienza che documenta gli usi delle piante nell’ambito delle tradizioni popolari delle diverse civiltà ed ha l’obiettivo di salvaguardare una conoscenza primordiale del mondo vegetale che se non fosse studiata sarebbe destinata a cadere nell’oblio. La valorizzazione e la divulgazione delle conoscenze sulla flora spontanea e dei suoi usi nell’alimentazione rappresenta anche un’azione di salvaguardia della biodiversità intesa nella sua accezione più ampia; la biodiversità, infatti, non è data solo dal numero di specie presenti in una zona, ma comprende anche i modi con cui le piante si coltivano e si utilizzano in cucina.


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