200 SECONDI
ANTONIA
Dininno
Ad
est dell’equatore
Recensione di Diana
Locecere
Luglio 2013. Vacanze, noia, zapping. Sì,
ma di librerie. Pile di libri, profumo di carta, richiami discreti, piccole
case editrici. Ecco cosa mi piace fare
il primo giorno di ferie: la caccia al teso-libro dell’estate, la mia ricerca
dell’opera prima di nuovi scrittori.
L’occhio viene attratto da una copertina
di un bel rosso pompeiano con una Citroen Due CV, auto mitica per chi è “anta”
come me. Il titolo è secco, intrigante: “200 secondi”. Cosa sarà mai:
matematica, fisica, un countdown? Leggo le note biografiche dell’autrice:
Antonia Dininno nata a Grassano, vive a Salerno. Bene, apprezzo sempre la
semplicità nelle presentazioni.
Carta liscia, di giusto peso e grana, caratteri grandi abbastanza anche per i miei occhi. Ma soprattutto ho trovato una nuova scrittrice. D’impeto acquisto il suo libro e lo sento mio fin dalle prime pagine. Poi in un vortice è il libro a conquistare me.
Carta liscia, di giusto peso e grana, caratteri grandi abbastanza anche per i miei occhi. Ma soprattutto ho trovato una nuova scrittrice. D’impeto acquisto il suo libro e lo sento mio fin dalle prime pagine. Poi in un vortice è il libro a conquistare me.
È la storia di Giacomo e Teresa e del
loro particolare viaggio.
La trama è avvincente, ricca di colpi di scena e cambiamenti di ritmo; lo stile è elegante e il registro è alto. Tutto ciò lusinga il lettore, lo stimola, lo immerge nei luoghi del romanzo e gli dà il tempo di annusarne gli odori, di gustarne i sapori, di guardarsi intorno e infine riflettere sulle vicende dei protagonisti e di tutti i personaggi a cui la Dininno non solo dà forma, ma peso, struttura, volume e soprattutto vita. E sono proprio i loro vissuti che sembrano snodarsi e annodarsi di continuo e costituire il groviglio che solo Lina Correi, vera star del libro, riuscirà a sbrogliare riannodando alla fine il bandolo della sua stessa matassa. Tesserà e dipanerà i fili della vita di tutti lasciando gustare al lettore lo stupore innocente ormai perduto nel tempo dell’infanzia.
La trama è avvincente, ricca di colpi di scena e cambiamenti di ritmo; lo stile è elegante e il registro è alto. Tutto ciò lusinga il lettore, lo stimola, lo immerge nei luoghi del romanzo e gli dà il tempo di annusarne gli odori, di gustarne i sapori, di guardarsi intorno e infine riflettere sulle vicende dei protagonisti e di tutti i personaggi a cui la Dininno non solo dà forma, ma peso, struttura, volume e soprattutto vita. E sono proprio i loro vissuti che sembrano snodarsi e annodarsi di continuo e costituire il groviglio che solo Lina Correi, vera star del libro, riuscirà a sbrogliare riannodando alla fine il bandolo della sua stessa matassa. Tesserà e dipanerà i fili della vita di tutti lasciando gustare al lettore lo stupore innocente ormai perduto nel tempo dell’infanzia.
L’incipit è intenso, criptico, quasi un epitaffio e le
vertigini che fanno vacillare la lunare e ombrosa Teresa avvolgono e tirano giù
anche il lettore. Identica cosa fa la testarda istintività di Giacomo. Io
stessa mi sono sentita, come loro, sospesa tra il sopra e il sotto. Mentre ero
convinta di seguire le tracce di un colpevole, di una ninfomane o di un mondo
perduto nel tempo e nello spazio tra le stradine di Sastro de Turrani e di
altri paesi indefiniti, ma realistici, mi sono resa conto che il sopra e il sotto del
libro erano diventati il mio dentro e il
mio fuori, l’espresso e l’inespresso. E tutto era avvenuto lì sotto i miei
occhi e nel mio animo, grazie alle parole messe nero su bianco dall’abile
Dininno. Parole che, con la dolcezza di una lama, tagliano la pelle procurando
crepe come quelle che vede Teresa lì “sulla crosta” tra i viali del suo
cimitero. Fratture aperte tra la vita che scorre di qua e quella che si ostina
a venire fuori di là, in barba alle lapidi che inchiodano chi non è più di qua,
in uno spazio senza tempo. È proprio questo continuum della memoria che, eludendo
il tempo e ritrovandosi fuori dallo spazio, urla effatà, apriti.
La fantasia dell’autrice è arguta e si
rivela anche nell’uso di una toponomastica così verosimile da illudere il lettore
che sia davvero storica o realisticamente geografica. Quei luoghi ci
appartengono: ovunque c’è un Monte Spizzato dai cui tornanti si può toccare il
mare allungando semplicemente la mano. E quale paese non ha il suo budello dei
venti o un largo Spirato?
Bella immagine, poi, è quella regalata
dalla punta del bastone di nonno Pasquale che inchioda con determinazione, non solo i protagonisti,
ma anche il lettore che potrebbe scoprire in se stesso l’identica paura di
vivere di Giacomo e Teresa.
“Niente vi è di più nemico di se stessi” affermava Cicerone. Nero su bianco, narra la Dininno: nero che riempie il bianco, il vuoto che diventa pieno fino a traboccare di vita, di gioia, d’amor proprio, di pace fatta con se stessi per
“Niente vi è di più nemico di se stessi” affermava Cicerone. Nero su bianco, narra la Dininno: nero che riempie il bianco, il vuoto che diventa pieno fino a traboccare di vita, di gioia, d’amor proprio, di pace fatta con se stessi per
sentirsi finalmente pronti a vivere.
Ora mi chiederete: e i 200 secondi? Semplice, è il tempo che ci vuole al lettore per non staccarsi più dal libro e questo vorrei che l’autrice lo sapesse.
Ora mi chiederete: e i 200 secondi? Semplice, è il tempo che ci vuole al lettore per non staccarsi più dal libro e questo vorrei che l’autrice lo sapesse.

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