UN TRENO PER LORETO ED ASSISI
LA
PEREGRINAZIONE APOSTOLICA DI PAPA GIOVANNI
PRIMA
DELL’APERTURA DEL CONCILIO
UNA
VERA E GRANDE FESTA
Spunti tratti da internet e dai libri
I documenti del Concilio Vaticano II
Costituzioni - Decreti - Dichiarazioni, Paoline 1976
Catechismo della Chiesa Cattolica,
Libreria editrice vaticana, 1992
Luigi Rossi, Cronaca del bisogno di redenzione, Plectica 2010
Saverio Gaeta, Giovanni XXIII – Una vita di santità, Mondadori 2000
Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento – Una guerra di religione dimenticata, Piemme
2000
curati da Alessandro D’Arco
messi in scena il 2 Aprile 2012 con l’Università
della Terza Età di Baronissi
Il prossimo 11
Ottobre ricorre il cinquantenario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano
II, un evento incisivo nella vita della Chiesa e dei credenti, ma anche un
fatto di grande rilievo culturale all’interno della storia del secolo ventesimo.
Il Concilio fu, ricorda
padre Piero Gheddo, «una
meravigliosa e provvidenziale svolta nella storia della Chiesa dei nostri tempi». In quegli anni, continua Gheddo, «lo Spirito soffiava veramente forte e
spingeva la Chiesa ad un "aggiornamento", come diceva Giovanni XXIII.
I temi più sentiti alla base e tra i padri conciliari erano la sincerità, la
trasparenza, la collegialità, la povertà, la condanna del trionfalismo e del
clericalismo, l’apertura al "dialogo" ecumenico e con le religioni
non cristiane (la prima enciclica di Paolo VI del 1963 era sul dialogo);
insomma, tutti sentivamo l’urgenza per la Chiesa di svecchiarsi e rinnovarsi
per essere efficace nel testimoniare e trasmettere il messaggio di Cristo agli
uomini del nostro tempo».
L’apertura fu preceduta
da una straordinaria giornata di festa della fede: la peregrinazione apostolica
di Papa Giovanni a Loreto e ad Assisi, il 4 Ottobre 1962.
Uscendo dal Vaticano e da Roma, Papa Giovanni rompeva il
rigido protocollo della clausura papale nella capitale. Il viaggio inedito e
senza precedenti, dopo secoli di segregazione, avrebbe aperto le vie dell' «
aria» ai suoi successori: Paolo VI e Giovanni Paolo II, osserva Battistina
Capalbo.
Il Papa viaggiante poteva apparire come
un'immagine inedita ed inconsueta, continua Domenico Del Rio. Era invece la
premessa ad una sempre più naturale e vasta libertà del Pontefice di fronte al
mondo. Quella felice corsa in due luoghi sacri e celebri in tutta la terra era
la giustificazione a tutti i viaggi pastorali dei suoi successori divenuti
itineranti.
Il viaggio inaugura, quindi,
l’era della mobilità, ribadendo il
senso universale della Chiesa, sottolinea monsignor Loris Francesco Capovilla, memoria vivente
di quella grande stagione e testimone di quel viaggio storico.
Un passo tratto dal libro di Luigi Rossi
Cronaca del bisogno di redenzione
può essere per noi d’aiuto nella comprensione
del ritorno della Chiesa alle sue origini: «Il Maestro di Nazareth ama vivere in mezzo
agli uomini, li incontra nei villaggi, si ferma con loro nelle piazze,
condivide i riti nelle sinagoghe, li interpella prima d’iniziare discorsi,
soprattutto entra nelle case accettando inviti per condividere i momenti più
significativi dell’esperienza esistenziale di un individuo o di una famiglia.
In tal modo si spende per gli uomini facendosi vicino a tutti, in particolare
ai pubblicani ed ai peccatori, sempre pronto a distinguere tra le persone ed il
male che possono aver commesso, perché a lui interessa la capacità di riscatto,
la determinazione nella scelta di liberarsi interiormente. Pur d’indurre alla
conversione, egli è pronto ad abbattere ogni barriera, causa di emarginazione,
facendosi prossimo di tutti; senza discriminazioni manifesta vicinanza, la
capacità di accogliere rispettando le esperienze di ognuno, pronto all’ascolto
per comprendere e proporre alternative nei comportamenti, fornire a tutti nuove
opportunità di bene»(pp. 174, 175).
Il 25 gennaio 2012 nella Pinacoteca della Basilica Papale di San Paolo
fuori le Mura è stata inaugurata dal Segretario di Stato Card. Tarcisio Bertone
la mostra “Sanctus Paulus Extramoenia et Oecumenicum Concilium Vaticanum II”.
In un’area di circa 300 metri quadrati
vengono presentati reperti artistici e manoscritti d’epoca, alcuni dei quali
particolarmente suggestivi.
I visitatori possono ammirare, in una
grande teca di cristallo, 4 dipinti della prima metà del Seicento, raffiguranti
gli Evangelisti: è il Vangelo a rappresentare la centralità del messaggio
teologico ed ecclesiologico del Concilio Vaticano II.
Il contributo di
San Paolo fuori le Mura è dato con l’obiettivo di evocare in un luogo così
sacro e così ricco di storia le memorie degli avvenimenti che hanno rinnovato
la Chiesa
Bolla di apertura del Concilio
Il Concilio Ecumenico Vaticano II
La
storia della vita ecclesiale è punteggiata da alcuni eventi chiamati Concili Ecumenici.
Nella bolla di apertura del Concilio Vaticano II sono riportati tutti i precedenti
20 Concili, ad iniziare dal Concilio di Nicea. Con il termine (dal latino concilium e dal greco synodos: camminare insieme) si indica
l’assemblea di tutti i vescovi insieme al vescovo di Roma (il Papa) per
affrontare le principali questioni concernenti la vita della Chiesa e il suo
rapporto con il mondo.
I primi quattro Concili dei sette dell’antichità (dal 325 al
787): Nicea
I, 325; Costantinopoli I, 381, Efeso, 431; Calcedonia, 451, sono stati paragonati dai Padri ai quattro Vangeli. In effetti
hanno puntualizzato e difeso da attacchi erronei ciò che nel Vangelo è rivelato
e proclamato: l’unità e la trinità di
Dio, l’umanità e la divinità di Cristo.
Nell’anno 325, dopo tre secoli dalla morte di Gesù, Costantino, il primo imperatore cristiano, decise di
intervenire e di riportare ordine negli affari interni della chiesa. C’era Ario, un vescovo della
parrocchia di Alessandria, che sosteneva la non divinità di Gesù; sosteneva che
era stato creato, non generato, e che quindi non aveva natura divina.
Occorreva dotare la chiesa di chiare leggi, non
ultima quella di stabilire, una volta per tutte, la data ufficiale della
celebrazione della Pasqua, per distinguerla da quella ebraica; occorreva dare
regole precise ai preti, occorreva vietare la promiscuità tra prelati e donne,
occorreva ordine e leggi. Così, il 20 maggio del 325, si aprì ufficialmente il
primo concilio di Nicea, presieduto dallo stesso Costantino in persona, alla
presenza di almeno 300 vescovi venuti da tutto il mondo. Presso il palazzo
dell’imperatore si aprì solennemente il concilio, che vide immediatamente lo
scontro tra Ario e il suo compagno di studi Eusebio, sostenitori della teoria
creazionista (Gesù è stato creato, non generato, non è della sostanza del
padre), e quella di cristiani fedeli ai Vangeli, che sostenevano esattamente
l’opposto.
Ad Ario fu concesso di parlare, ma il suo atteggiamento ai limiti dell’arroganza indispose tutti, tanto che ad un certo punto scoppiò un diverbio feroce tra Nicola di Mira e Ario. Il futuro San Nicola arrivò a prendere a ceffoni il vescovo ribelle, e la seduta diventò una bolgia. Sedati i tumulti, si passò alla consultazione dei vescovi, che a stragrande maggioranza decisero di condannare la dottrina di Ario.
Ad Ario fu concesso di parlare, ma il suo atteggiamento ai limiti dell’arroganza indispose tutti, tanto che ad un certo punto scoppiò un diverbio feroce tra Nicola di Mira e Ario. Il futuro San Nicola arrivò a prendere a ceffoni il vescovo ribelle, e la seduta diventò una bolgia. Sedati i tumulti, si passò alla consultazione dei vescovi, che a stragrande maggioranza decisero di condannare la dottrina di Ario.
La chiesa cristiana aveva un suo primo
fondamento di fede basilare, incontestabile. I passi successivi stabilirono una
serie di punti altrettanto fondamentali. Tra gli altri, la festa della Pasqua la
prima domenica dopo il plenilunio successivo all'equinozio di primavera,
in modo quindi indipendente dalla Pasqua ebraica, stabilita in base al
calendario ebraico; la morte in croce di Gesù e la dichiarazione di fede che ne
segue (il credo niceno).
In tal modo il cuore del
cristianesimo era salvo. Se Cristo non fosse Dio, l’annuncio del Vangelo
verrebbe vanificato e la fede cristiana non avrebbe senso. Sarebbe la fede in
una creatura e non in Colui che ci dà l’accesso a Dio.
Il Concilio Costantinopolitano I
può essere definito il concilio dello Spirito
Santo, perché ha messo in rilievo la Terza Persona della Santissima
Trinità, difendendola dagli attacchi ereticali. Al simbolo niceno, che si
concludeva con le parole “Credo nello
Spirito Santo”, i padri constantinopolitani aggiunsero: «che è Signore, e dà la vita, e procede dal Padre, e con il Padre e il
Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei profeti».
Con il termine
"Signore" (Dominus) affermavano la piena divinità, e condannavano la
subordinazione al Figlio; con le parole “dà la vita” indicavano l’onnipotenza
divina dello Spirito Santo; le altre espressioni, specialmente la generazione
immanente dal Padre [e dal Figlio], ricordavano per sempre il mistero
trinitario, come Cristo ce lo ha rivelato: Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo;
e perciò ogni persona divina, essendo unita nella medesima natura, è ugualmente
adorata e
glorificata.
Il Concilio di Efeso decretò che Gesù era una persona sola,
non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima
e un corpo razionali. La Vergine Maria è la Theotokos perché diede alla
luce non un uomo, ma Dio come uomo.
La sera dello stesso giorno, la popolazione di Efeso, informata
delle decisioni del Concilio, con una memoranda fiaccolata portò in trionfo i
padri conciliari, scandendo il titolo mariano per eccellenza: Theo-tokos, Madre
di Dio.
Il Concilio di Efeso proseguì
fino al giorno 11 ottobre, che
nella storia della Chiesa ha una grande importanza; in riferimento ad esso, nel
1962 Giovanni XXIII ha aperto il Concilio Vaticano II, «con la
protezione della Vergine santissima, nel giorno stesso in cui si celebra la sua
divina Maternità».
Il concilio di Calcedonia, il più partecipato dell’antichità con oltre 600 vescovi, formulò una professione di fede, molto precisa nel linguaggio e destinata ad avere una grande importanza storica: «Noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo,[composto]di anima razionale e di corpo, consustanziale al Padre per la divinità e consustanziale a noi per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato, generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l’umanità, uno e medesimo Cristo Figlio Signore unigenito; da riconoscersi in due nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili, non essendo venuta meno la differenza delle nature a causa della loro unione, ma essendo stata, anzi, salvaguardata la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipòstasi; egli non è diviso o separato in due persone, ma è un unico e medesimo Figlio unigenito, Dio, Verbo e Signore Gesù Cristo».
Il concilio di Calcedonia, il più partecipato dell’antichità con oltre 600 vescovi, formulò una professione di fede, molto precisa nel linguaggio e destinata ad avere una grande importanza storica: «Noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo,[composto]di anima razionale e di corpo, consustanziale al Padre per la divinità e consustanziale a noi per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato, generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l’umanità, uno e medesimo Cristo Figlio Signore unigenito; da riconoscersi in due nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili, non essendo venuta meno la differenza delle nature a causa della loro unione, ma essendo stata, anzi, salvaguardata la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una sola persona e ipòstasi; egli non è diviso o separato in due persone, ma è un unico e medesimo Figlio unigenito, Dio, Verbo e Signore Gesù Cristo».
Il Vaticano II
è il primo Concilio che non ha inteso riprovare o condannare una particolare
dottrina o proclamare un dogma o ricomporre uno scisma, ma semplicemente
ravvivare la vita della Chiesa e dei suoi membri.
Il Vaticano II,
nella puntuale continuità della grande tradizione cattolica, ha immesso il
cattolicesimo in una nuova fase della storia, operando un “aggiornamento”, così
come affermato da Giovanni XXIII in
Humanae salutis (la Costituzione Apostolica di
indizione del Concilio del 25.12.1961),: « 7. Il prossimo Concilio dunque
si celebra felicemente in un momento in cui la Chiesa avverte più vivo il
desiderio di irrobustire la sua fede con forze nuove e di rimirarsi nella stupenda
immagine della propria unità; come pure sente più pressantemente di essere
vincolata dal dovere non solo di rendere più efficace la sua salutare energia e
promuovere la santità dei suoi figli, ma anche di portare incremento alla
diffusione della verità cristiana e al miglioramento delle sue strutture. Sarà
questa una dimostrazione che la madre Chiesa è sempre vitale e gode di una
perpetua giovinezza e che è sempre presente negli eventi umani, e che nel
succedersi dei secoli si adorna di nuova bellezza, irradia nuovi fulgori,
riporta nuove vittorie, pur restando sempre la stessa e conforme a
quell’immagine a cui volle fosse configurata il suo divino Sposo, cioè Cristo
Gesù, che l’ama e la protegge».
L’aggiornamento
punta, quindi, ad accrescere lo spirito cristiano, cattolico ed apostolico nel
mondo intero, a favorire la penetrazione dottrinale e la formazione delle
coscienze, e ad approfondire e presentare la dottrina certa ed immutabile in
modo che risponda e corrisponda alle esigenze del nostro tempo.
Paolo VI, il successore di Papa Giovanni, nella Lettera apostolica di chiusura del Concilio ricorda che il Vaticano II deve senza dubbio «annoverarsi tra i maggiori eventi della Chiesa: infatti fu il più
grande per il numero dei Padri, venuti alla sede di Pietro da ogni parte della
terra; il più ricco per gli argomenti che, per quattro sessioni, sono stati con
cura e profondità trattati; fu infine il più opportuno perché, avendo presenti
le necessità dell’epoca odierna, innanzi tutto va incontro alle necessità
pastorali e, alimentando la fiamma della carità, grandemente si è sforzato di
raggiungere non solo i cristiani ancora separati dalla comunione della sede
apostolica, ma anche tutta la famiglia umana».
Continua
Paolo VI nell’Omelia
tenuta a conclusione del Concilio: «Ma non possiamo trascurare un’osservazione
capitale dell’esame del significato religioso di questo Concilio: esso è stato
vivamente interessato dallo studio del mondo moderno. Non mai forse come in
questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare,
di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e
continuo mutamento».
La
scoperta dei bisogni umani ha assorbito, dunque, l’attenzione conciliare. In
particolare viene rivolta l’attenzione alle aspirazioni dell’uomo, alla dignità
della sua persona, all’importanza della libertà e della cultura, tutte
esigenze che il Concilio ha voluto purificare e incoraggiare.
Non
solo i documenti di indizione e di conclusione del Concilio, ma la stessa
immagine rinnovata della Chiesa e tutto l’insieme dei testi conciliari si
presentano, quindi, richiedendo un orientamento e un atteggiamento nuovi e
promotori di un agire che conduce al risveglio della vita cristiana. Nei testi
conciliari sono ovunque presupposti il mistero della rivelazione e dell’opera
salvifica di Gesù Cristo che offrono un orientamento interiore rinnovato e un
agire verso l’esterno caratterizzato dalla missione per giungere a godere della
redenzione cristiana. Per il Concilio non si tratta di reinterpretare la
dottrina cattolica, né del sorgere di nuove speciali spiritualità o principi
morali, ma di attingere alle ricchezze del mistero dell’incarnazione e
pasquale. Due sembrano i punti nevralgici dell’impostazione conciliare:
l’immagine della Chiesa e l’appello alla dignità e alla responsabilità
dell’uomo in tutte le sue attività.
Scrutare i segni dei tempi
Nei documenti
di indizione e di conclusione come nei testi conciliari ritorna la categoria
teologica dei “segni dei tempi”, da individuare in quegli avvenimenti nei quali si
manifesta al credente che Dio guida la storia verso il bene e la conduce a
salvezza.
Il Vangelo stesso ne ha forgiato l’espressione identificandola
come un invito alla fede e alla vigilanza:
«Ma noi che siamo dalla parte
del giorno dobbiamo essere pronti: la fede e l’amore siano la nostra corazza, e
la speranza della salvezza sia il nostro elmo. (…)
Siate sempre contenti. Pregate
continuamente, e in ogni circostanza ringraziate il Signore. Dio vuole che voi
facciate così, vivendo uniti a Gesù Cristo. Non ostacolate l’azione dello
Spirito Santo. Non disprezzate i messaggi di Dio: esaminate ogni cosa e tenete
ciò che è buono. State lontani da ogni specie di male »
(Prima lettera di Paolo ai cristiani di Tessalonica, 5, 8, 16-22).
Giovanni XXIII in Humanae salutis richiama la necessità di vigilare e rendere ognuno cosciente dei suoi doveri. La visione dei mali «deprime
talmente gli animi di alcuni al punto che non scorgono altro che tenebre, dalle
quali pensano che il mondo sia interamente avvolto. Noi invece amiamo
riaffermare la Nostra incrollabile fiducia nel divin Salvatore del genere
umano, che non ha affatto abbandonato i mortali da lui redenti. Anzi, seguendo
gli ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare "i segni
dei tempi" (Mt 16,3), fra
tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire
auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità».
L’invito di Papa Giovanni è ripreso nel documento conciliare Gaudium et Spes:
«Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare
i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in
modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi
degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni
reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le
sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico» (4. Speranze
e angosce).
«Il popolo di Dio, mosso dalla
fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie
l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle
aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del
disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e
svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così
lo spirito verso soluzioni pienamente umane» (11. Rispondere
agli impulsi dello Spirito).
«È dovere di tutto il popolo
di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo,
ascoltare attentamente, discernere e
interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce
della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a
fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta» (44.
L’aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo).
Chi, dunque, ci farà vedere il
bene?
Sempre nel paragrafo 44 della GS
leggiamo che « La Chiesa, avendo una struttura sociale visibile, che è
appunto segno della sua unità in Cristo, può essere arricchita, e lo è
effettivamente, dallo sviluppo della vita sociale umana non perché manchi
qualcosa nella costituzione datale da Cristo, ma per conoscere questa più
profondamente, per meglio esprimerla e per adattarla con più successo ai nostri
tempi. Essa sente con gratitudine
di ricevere, nella sua comunità non meno che nei suoi figli singoli, vari aiuti
dagli uomini di qualsiasi grado e condizione. Chiunque promuove la comunità
umana nell’ordine della famiglia, della cultura, della vita economica e
sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta
anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla comunità della Chiesa,
nella misura in cui questa dipende da fattori esterni. Anzi, la Chiesa confessa
che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di
quanti la avversano e la perseguitano».
Un pontificato per l’apertura
Giovanni XXIII, ancor prima della sua elezione, più volte
aveva parlato della necessità di riaprire il Concilio Vaticano, convinto che il
mondo da cento anni è cambiato e “dobbiamo
trovare formule di apostolato più aderenti alla necessità”. La convinzione di vivere nel ventesimo secolo e di usare un linguaggio e
uno stile più consono ai tempi, lo porterà, il 25 gennaio 1959, ad annunciare davanti a dodici cardinali, nella
maestosa basilica di San Paolo fuori le mura, l'inattesa celebrazione di un Concilio
per la Chiesa universale: «Venerabili
fratelli e diletti figli, pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di
commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la
proposta di una duplice celebrazione di un Sinodo diocesano per l'Urbe e un
Concilio Ecumenico per la Chiesa universale».
Fu un'idea, il Concilio, germinata nell'animo di
Giovanni XXIII, «come obbedendo ad una voce interiore e
suggerita da una ispirazione venuta dall’alto», il
Papa giudicò «essere ormai maturi i tempi per offrire
alla Chiesa cattolica e a tutta la comunità umana un nuovo Concilio Ecumenico» in continuità con la
serie dei venti grandi Concili, «che hanno ottimamente contribuito nel
corso dei secoli all’incremento della grazia celeste negli animi dei fedeli e
al progresso del cristianesimo», ricorda in Humanae salutis.
Il Concilio era senz' altro la soluzione più
pertinente alla preoccupazione che aveva di farsi capire dagli uomini e dalle
donne del suo tempo.
«D'improvviso», scrisse il Papa qualche giorno prima «nacque in noi un'ispirazione, come un fiore
di anticipata primavera. La nostra anima fu rischiarata da una grande idea...
Una parola, solenne e impegnativa, ci salì alle labbra. La nostra voce la
pronunciò per la prima volta: un Concilio!»
Un
Papa di 77 anni stupisce il mondo con la meno prevedibile delle proposte. La
convocazione di un Concilio era fra le intenzioni di Pio XII. Non si pensava
che fosse in cima ai pensieri di un pontefice già anziano, destinato
all’ordinaria amministrazione più che a fare il traghettatore, ad essere
l’artefice di un nuovo futuro per la Chiesa cattolica. Monsignor Capovilla, che
fu segretario particolare di Papa Giovanni, confronta le date e le note del Giornale dell’anima col proprio diario
personale. Sono le note di un “umile segretario”, come lui stesso si definisce,
che sente sul collo il soffio della storia e dello Spirito: «L’annuncio del Concilio non provocò scroscio
di campane a festa; invitò invece ad aprire gli occhi su una preoccupante
realtà cui si doveva provvedere con rimedi radicali. Il “Papa ottimista”, il
“Papa sorridente” diede l’annuncio dopo aver esplicitamente palesato la triste
condizione dell’umanità dilaniata da violenze, percossa da fremiti di ribellione,
tentata di volgersi alla ricerca unicamente di beni materiali, priva di
libertà, incline a bruciare incenso agli idoli di turno».
Il
14 novembre 1960 furono insediate le commissioni preparatorie. Il Papa spiega
che «i Concili ecumenici del passato risposero
prevalentemente a preoccupazioni di esattezze dottrinale, varie e importanti
circa la lex credendi, a misura che eresie ed errori tentavano di penetrare
nella Chiesa antica in Oriente e in Occidente», mentre oggi «più che di un punto o dell’altro di dottrina o di disciplina
che convenga richiamare alle sorgenti pure della Rivelazione e della
tradizione, trattasi di rimettere in valore e in splendore la sostanza del
pensare e del vivere umano e cristiano di cui la Chiesa è depositaria e maestra
nei secoli».
Con Humanae salutis dal Papa è annunziato, indetto e convocato per il prossimo
anno 1962 «il Sacro Concilio Ecumenico ed universale Vaticano II, che sarà
degnamente celebrato nella Patriarcale Basilica Vaticana, in giorni che Dio
provvidentissimo concederà di stabilire».
Uno speciale
pensiero va ad ogni fedele e a tutto il popolo cristiano:
«20.
Chiediamo infine ad ogni fedele e a tutto il popolo cristiano di dedicare ogni
attenzione al Concilio e rivolgere a Dio Onnipotente fervide preghiere, perché
accompagni benignamente una così grande iniziativa ormai imminente, e,
sostenendola con la forza della sua potenza, le conceda di svolgersi con
decorosa dignità. Queste preghiere comuni fluiscano senza sosta dalla fede come
da una fonte viva; le affianchi la volontaria mortificazione del corpo,
affinché siano più accette a Dio e della massima efficacia; le avvalori anche
un generoso sforzo di vita cristiana, dalla quale si possa arguire che tutti
siano fin d’ora disponibili ad applicare gli insegnamenti e i decreti che
verranno emanati più avanti dal Concilio».
L’ultimo viaggio ed il Concilio Vaticano I di Pio IX
Il 2 ottobre 1962, a sorpresa, l'Osservatore
romano diede l’annuncio: «Nell'imminenza
del concilio ecumenico Vaticano secondo, il sommo pontefice ha deciso di
recarsi in pellegrinaggio a Loreto, giovedì 4 ottobre, festa di san Francesco
di Assisi e, nel viaggio di ritorno, di sostare nella città del Serafico, per
implorare l'intercessione del Santo della carità e della pace».
E' la prima volta, dalla breccia di Porta Pia del
1870, che un Papa esce da Città del Vaticano. E così facendo attraversa Umbria
e Marche, terre un tempo dello Stato della Chiesa. Dal maggio 1857 nessun
pontefice vi ha più messo piede. In quell'anno Pio IX compì il suo ultimo
viaggio.
Pio IX, profondo uomo di fede, tre
anni prima, l'8 dicembre 1854, aveva emesso il
dogma dell'Immacolata Concezione,
con l'erezione della colonna in Piazza di Spagna. Undici anni dopo il suo viaggio indisse
con la Bolla Aeterni Patris del 29
giugno 1868 il Concilio
Vaticano I, aperto nel giorno dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre 1869.
Il Concilio ebbe breve storia, perché,
dopo Sédan e dopo l’annessione di Roma all’Italia (9 ottobre 1870), Pio IX lo
sospese e lo prorogò sine die (20 ottobre 1870).
Dopo il Concilio di Trento (1545-1563),
non s’era più riunito un Concilio ecumenico. Grandi discussioni caratterizzarono
lo svolgimento del Concilio Vaticano I. Le dottrine trattate, furono definite
dogmaticamente, cioè con atti solenni e straordinari del magistero
ecclesiastico, e dichiarate così quali verità di fede della Chiesa.
Pio IX,
sebbene nel suo lungo pontificato cadessero due ricorrenze giubilari, non ebbe
la gioia di celebrare nessun Anno Santo in forma completa. Nel 1850, a ridosso
dei moti quarantotteschi e delle vicende della Repubblica Romana di Mazzini,
Armellini e Saffi, il Giubileo non fu neanche indetto e il Papa, che aveva
trovato rifugio nel Regno di Napoli, restò lontano da Roma fino all’aprile. Nel
1875 Pio IX promulgò la bolla d’indizione Gravibus
Ecclesiae et huius saeculi calamitatibus, con la quale estendeva il Giubileo a
tutto il mondo, ma poi, “prigioniero” in Vaticano, lo celebrò in forma ridotta.
La cerimonia di inaugurazione fu tenuta l’11 febbraio nella Basilica di San
Pietro alla sola presenza del clero romano e senza l’apertura della Porta
Santa.
Fu un Giubileo senza alcuna solennità e nemmeno serenità, pochi
furono i pellegrini; alcuni di essi però, giunti dagli Stati Uniti e dal
Messico, dimostrarono così la loro solidarietà al Papa, "prigioniero in
Vaticano”.
Pio IX fu, dunque, un papa prigioniero e
un papa in esilio. In un suo articolo, Liberali che non hanno saputo dirsi
cristiani, pubblicato nel 1993,
Ernesto Galli della Loggia osserva che l'Italia è l'unico Paese d'Europa la cui
unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenute in
aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale. Un'“autentica” guerra
civile fu combattuta tra cattolici e non cattolici. Guerra che è stata dimenticata,
perché «non
poteva che essere rimossa,
restare non detta e non dicibile».
Il 20 aprile
1849 da Gaeta, nell'allocuzione Quibus, quantisque malorum,
Pio IX descrive in una lunga lettera cosa succede a Roma in nome della libertà
e della costituzione.
Al Papa è impedita la comunicazione con il clero, con l’intero episcopato, con
gli altri fedeli di tutto lo Stato pontificio. «Tanto che non ci è neppure concesso di inviare e
ricevere liberamente lettere. Anche se si riferiscono ad affari ecclesiastici e
spirituali». Intanto, sono consumati enormi misfatti contro la Chiesa: «Occupati i beni, le rendite, le proprietà
della Chiesa, spogliati i templi augustissimi dei loro ornamenti, convertite in
usi profani le case religiose, le sacre vergini malmenate, sceltissimi e
integrissimi ecclesiastici e religiosi crudelmente perseguitati, imprigionati,
uccisi …».
I cittadini sono grandemente travagliati e atterriti da
gravissimi mali e calamità: «Dissipato,
esausto, il tesoro pubblico. Interrotto e quasi estinto il commercio.
Gravissime contribuzioni di denaro imposte ai nobili e ad altri. (Cioè, tasse,
tasse!). Derubati i beni dei privati da coloro che chiamansi capi del popolo e
duci di sfrenate milizie! Manomessa la libertà personale di tutti i buoni. Posta
all’estremo pericolo la loro tranquillità. La vita stessa sottoposta al pugnale
di sicari (la giustizia dei mazziniani…)».
Dunque, Pio IX, costretto a sospendere e prorogare sine die il Concilio Vaticano I, aveva
lasciato ad un altro papa l’opera del compimento.
Mi chiamerò Giovanni
Subito dopo
aver accolto l’elezione al pontificato, il 28 ottobre 1958, il patriarca di
Venezia Angelo Giuseppe Roncalli si sentì porre dal cardinale Tisserant la
domanda di rito: «Come vuoi essere chiamato?». Con calma, il novello Papa tirò
fuori di tasca tre fogliettini e lesse, in latino: «Mi chiamerò Giovanni. Questo nome ci è dolce perché nome di nostro
padre, ci è soave perché titolare dell'umile parrocchia in cui ricevemmo il
battesimo: è nome solenne di innumerevoli cattedrali, sparse per tutto il
mondo, e in primo luogo della sacrosanta Basilica lateranense, cattedrale
nostra. È nome che nella lunghissima
serie dei romani Pontefici gode di un primato numerico. Infatti sono enumerati
ventidue sommi Pontefici di nome Giovanni di legittimità indiscutibile. Quasi
tutti ebbero un breve pontificato».
Di Giovanni, nella storia dei papi, ce n'erano
stati ventidue. Uno si era chiamato Giovanni XXIII, ma era un antipapa. Perciò,
nessun pontefice aveva osato assumere quel nome. Roncalli scelse il nome
pontificale senza paura di confondersi con un usurpatore della cattedra di
Pietro.
Papa
Giovanni aveva circa 77 anni, era nato infatti il 23 novembre 1881, a Sotto il
Monte (Bergamo), da Giovanni Battista e Marianna Giulia Mazzola. Secondo i dati
storici raccolti dallo stesso Giovanni XXIII, le origini della sua famiglia –
il cui nome deriverebbe dal termine “ronchi” (in bergamasco roncai), che indica i terrapieni
realizzati a gradoni sul fianco della montagna per coltivarvi la vite –
risalivano alla prima metà del 1400, quando scese a Sotto il Monte un Martino
Roncalli, detto Maitino, che edificò la sua casa ai piedi di un poggio, nella
zona che da lui prese il nome di Ca’ Maitino, poi semplificata in Camaitino.
Sempre nella prima metà del 1400 ci fu un altro
Giovanni XXIII: Baldassarre Cossa, eletto a Bologna nel maggio 1410. Di fatto,
in quegli anni con Giovanni XXIII coesistevano altri due pontefici: Benedetto
XIII e Gregorio XII. Ciascuno rivendicava la legittimità del proprio ruolo.
Erano gli anni dello Scisma d’Occidente. Il motivo
scatenante lo scisma, fu la messa in dubbio della validità
dell'elezione di Urbano VI (successo a Gregorio XI)
avvenuta, sotto la pressione del popolo romano, la mattina dell’8 aprile
1378. Una parte dei
cardinali, ritenendo illegittima l'elezione di Urbano VI, elessero a Fondi, il 20 settembre
1378, un nuovo papa, Clemente VII,
che pose la sua residenza ad Avignone. Lo scisma divise la cristianità occidentale in due
obbedienze, quella di Roma e quella di Avignone, cui si aggiunse, nel 1409, l'obbedienza pisana
(Concilio di Pisa), che, nel tentativo di
risolvere la grave crisi del papato, finì per aggravarla ulteriormente.
Nell’anno 1414 c'erano tre papi regnanti, ognuno con
un suo seguito: Gregorio XII a Roma, Benedetto XIII
ad Avignone, e Giovanni XXIII
a Pisa. Di fronte all'impossibilità di
riconciliare le parti, si fece strada nei teologi la teoria
conciliare, già affermata, in vario modo, nel Medioevo: se un
papa cade nell'eresia o nello scisma, può essere deposto da un concilio,
convocato dai vescovi o da chi abbia sufficiente autorità. Questa teoria, che
aveva motivato il fallimentare Concilio di
Pisa, portò alla convocazione, da parte dell'Imperatore Sigismondo del Concilio di
Costanza (1414-1418).
Dopo cinque anni, i cardinali riuniti a Costanza per
il Concilio deposero sia Giovanni XXIII che Benedetto XIII e nello stesso tempo
accettarono la rinuncia di Gregorio XII.
Prima di procedere all'elezione del nuovo pontefice,
il concilio voleva decidere la riforma della Chiesa, intesa non solo come lotta
contro la mondanità della curia e l'indisciplina del clero, ma soprattutto come
un cambiamento della costituzione della Chiesa, con la soppressione di buona
parte della centralizzazione che si era sviluppata nei secoli XII-XIV e
l'affermazione di un largo potere della base. Nella sessione inaugurale, il concilio si era posto il
seguente obiettivo: Pacem, exaltationem et reformationem ecclesiae, ac
tranquillitatem populi cristiani – La pace, l'esaltazione e la riforma della
Chiesa, e la tranquillità del popolo cristiano. Era un modo diverso per
affermare i consueti obiettivi conciliari: le cause unionis, reformationis,
fidei. Ma i contrasti erano forti e si
raggiunse un accordo solo su pochi punti.
Il 9 ottobre 1417 fu approvato il
decreto Frequens che ribadiva la superiorità
del concilio, stabiliva la sua convocazione periodica non oltre ogni dieci
anni, e sopprimeva alcuni diritti del papato: «La frequente
celebrazione di concili generali è il modo migliore di coltivare il campo del
Signore…».
L'11 novembre 1417,
il cardinale Oddo Colonna fu eletto papa, e scelse il nome del santo del giorno
della sua elezione, Martino V. Da qui
alla fine (il 22 aprile 1418),
il concilio sarà sotto la direzione del papa conciliare.
Maria prima stella del Concilio
Con la Costituzione
Apostolica Humanae salutis promulgata
il 25 dicembre 1961, Papa Giovanni aveva provveduto all’atto formale di
convocazione della grande assemblea ecumenica. Mancava un ultimo particolare,
il più importante: la data di apertura. Papa Giovanni la comunicò il 2 febbraio
1962 con la lettera apostolica motu proprio,
dal titolo Consilium: «2. Ora, dopo avere ripetutamente
ponderata la cosa, abbiamo deciso di fissare l’inizio della celebrazione del
Concilio Ecumenico Vaticano II per il giorno 11 di ottobre di quest’anno.
Abbiamo scelto tale data soprattutto perché si ricollega al ricordo del grande
Concilio di Efeso, che ha la massima importanza nella storia della Chiesa».
In quel Concilio, svoltosi,
nel 431, fu proclamata la Maternità divina della Vergine, la cui festa una
volta si celebrava proprio l’11 di ottobre. In tal modo il Papa intendeva
affidare al cuore materno di Maria la buona riuscita del Concilio.
Di nuovo, come in Humanae salutis si rivolge a tutto il clero e al popolo cristiano: «3. Nell’imminenza di così
solenne assemblea, non possiamo fare a meno di esortare di nuovo tutti i nostri
figli a rivolgere ancor più frequenti preghiere a Dio affinché si svolga
favorevolmente questo evento, al quale siamo impegnati insieme ai Nostri
venerabili Fratelli e ai diletti Figli che stanno personalmente preparando i
lavori del Concilio, in unione con tutto il clero e il popolo cristiano, che lo
attendono con tanta ansia. Da questo avvenimento auspichiamo con ardentissimo
desiderio soprattutto questi frutti: che cioè la Chiesa, Sposa di Cristo,
rinvigorisca sempre più l’energia di cui è stata divinamente perfusa e la
infonda il più possibile negli animi degli uomini».
Con il viaggio a
Loreto e ad Assisi si concretizza l’intenzione dell’affidamento. Il Papa invoca Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, «come
prima stella del Concilio, che sta per avviarsi; come luce propizia al Nostro
cammino, che si volge fiducioso verso la grande assise ecumenica, che è
universale aspettazione». (Discorso
tenuto presso il santuario).
A Maria, regina
Angelorum, ad Assisi, chiede:
«accendi il comune entusiasmo per la
celebrazione del Concilio Ecumenico, che vuol essere una vera e grande festa
del cielo e della terra; degli angeli, dei santi e degli uomini: ad onore tuo e
del tuo castissimo sposo San Giuseppe, ad onore di S. Francesco e di tutti i
Santi; e a lode e a trionfo, nelle anime e nei popoli, del Nome e del Regno di
Gesù Cristo, redentore e maestro del genere umano». (Discorso tenuto ai
fedeli riuniti nella basilica inferiore).
Rivolto confidenzialmente a Maria, il Papa ricorda: «Anche l'indizione del Concilio abbiamo compiuto, Voi lo
sapete, o Madre, in espressione di obbedienza ad un disegno che Ci parve
veramente corrispondere alla volontà del Signore».
«Oggi, ancora una volta,
ed in nome di tutto l'episcopato, a Voi, dolcissima Madre, che siete salutata Auxilium Episcoporum, chiediamo per
Noi, Vescovo di Roma e per tutti i Vescovi dell'universo di ottenerci la grazia
di entrare nell'aula conciliare della Basilica di San Pietro come entrarono nel
Cenacolo gli Apostoli e i primi discepoli di Gesù: un cuor solo, un palpito
solo di amore a Cristo e alle anime, un proposito solo di vivere e di immolarci
per la salvezza dei singoli e dei popoli.
Così, per la vostra materna intercessione, negli anni e nei secoli futuri,
si possa dire che la grazia di Dio ha prevenuto, accompagnato e coronato il
ventunesimo Concilio Ecumenico, infondendo nei figli tutti della Santa Chiesa
nuovo fervore, slancio di generosità, fermezza di propositi.
A lode di Dio onnipotente: Padre, Figliolo
e Spirito Santo; per la virtù del Sangue prezioso di Cristo, la cui pacifica
dominazione è fiore di libertà e di grazia per tutte le genti, per tutte le
civiltà ed istituzioni, per tutti gli uomini. Amen. Amen».
Ad Assisi Iddio ha dato, continua il Papa, questo
incanto di natura, questo splendore di arte, questo fascino di santità, che è
come sospeso nell'aria, e che i pellegrini e i visitatori avvertono quasi sensibilmente
perché «gli uomini, attraverso un comune ed universale linguaggio, imparino a
riconoscere il Creatore e a riconoscersi fratelli gli uni gli altri».
Con Cristo Francesco illumina, dunque, il cammino
dell’uomo «insegnandoci come dobbiamo valutare gli
avvenimenti, come metterci in comunicazione con Dio e con i nostri simili»: «Il possesso di Dio fu dapprima il sogno, poi
la meta di Francesco d'Assisi. Da giovanetto egli aveva tutto, ma niente gli
bastava. Volle darsi al Signore, per possedere Dio quanto più intensamente
possibile; e per arrivare a tanto, egli si spogliò di tutte le cose terrene».
«Paradiso sulla terra è l'uso moderato e
saggio delle cose belle e buone, che la Provvidenza ha sparso nel mondo,
esclusive di nessuno, utili a tutti».
La
missione e la gloria di Francesco ispirano al Papa un voto che depone qui per Assisi,
per l'Italia, per tutte le Nazioni: «popoli tutti dell'antico e del nuovo mondo,
tutti dilettissimi al nostro cuore di Padre ! Sappiate leggere nel libro di Dio
la comune missione di civiltà e di pace cui egli, in forme diverse, vi ha
predestinati e vi vuole applicati con larghezza di concezioni luminose e
pacifiche, verso nuove mete di vera grandezza spirituale».
«Lampada della terra è Cristo. Rinnoviamo
misticamente il rito, qui, questa sera, sulla tomba di Francesco. Egli altro
non volle essere, se non una fedele immagine del Divin Crocefisso, che diede il
suo Sangue per illuminare il cammino dell'uomo, per nutrirlo, per risanarlo.
Nel nome e per la virtù di Cristo Nostro Signore, sia pace ai popoli, alle
nazioni, alle famiglie; e dalla pace discenda per tutti la partecipazione alla
desiderata prosperità spirituale e materiale, che diviene letizia degli animi
ed incoraggiamento verso un vivere più sereno e nobile.
Sia pace
nella concordia, nella comunicazione scambievole, da un capo all'altro del
mondo, delle immense ricchezze di vario ordine e natura, che Dio ha affidato
all'intelletto, alla volontà, alla indagine degli uomini, affinché la giusta
ripartizione segni l'ascesa di quei principi di socialità che sono da Dio e a
Dio riportano».
Un treno per Loreto ed Assisi
Il 4 ottobre è una giornata di sole. Di buon’ora il papa esce dalle
sue stanze; raggiunge la stazione ferroviaria del Vaticano (era stata
costruita dopo i Patti lateranensi, nel 1929‑30, e di lì non era mai partito
nessun treno e nessun passeggero) per prendere il treno -alle ore 06.30- diretto a Loreto. Accompagnano il Papa i cardinali
della curia Eugène Tisserant, Amleto
Giovanni Cicognani, Paolo Giobbe e Alberto Di Jorio. La prima sosta in territorio italiano è alla
stazione Tiburtina. Sulla carrozza papale sale il presidente del Consiglio,
Amintore Fanfani. Il presidente della repubblica, Antonio Segni, raggiungerà il
Papa a Loreto. Ad Assisi ci sarà anche Aldo Moro.
Fino a Orte la ferrovia costeggia il Tevere poi entra
nella vallata della Nera: Narni, Terni; poi Foligno, Fabriano, Albacina,
Falconara. La campagna mostra i colori dell'autunno, piena di olivi, di pioppi
e di salici. C'è gran folla a tutte le stazioni, anche le più piccole; e gente
anche ai passaggi a livello, anche sulle prode erbose lungo la linea
ferroviaria. Si sente lo scampanio delle chiese, perfino le sirena di qualche
fabbrica. A tutte le stazioni il treno si ferma o rallenta e il papa si
affaccia al finestrino salutando con la mano e col sorriso. A Terni nessun industriale aveva pensato di chiudere le acciaierie – si era
di giovedì – ma gli operai sono usciti tutti.
La folla circonda il Papa di entusiasmo e
di affetto. Davanti a lui scorre per chilometri e chilometri una fila
ininterrotta di volti umani colmi di commozione e di gratitudine.
La gente, come si suole chiamare quella
parte di popolo di Dio che non ha ministeri speciali, aveva capito bene l'
iniziativa del Papa. «Aveva capito, cioè,
che quell'uomo buono cercava tutte le occasioni per dialogare da padre con i
suoi figli, e perciò l'amava. L'amava tanto! Forse anche per quella bonaria
semplicità e sincerità che sprigionavano dal suo stesso aspetto fisico, dal suo
stile e dal suo linguaggio». (Battistina Capalbo, Ricordando Papa Giovanni).
A Loreto, il piazzale della Madonna
brulica di gente, aggrappata alla fontana del Maderno, i ragazzini si sono
arrampicati sulle ginocchia della statua di Sisto V. Il Papa sale alla basilica
sporgendo dall'auto aperta, benedicendo su per i tornanti tra due ali di folla
Entrato nel tempio, si porta subito alla casa della Vergine, sostando in
preghiera davanti a quei mattoni neri e antichi. Poi ritorna tra i marmi
bianchi che custodiscono la casa. «Questa è l'ora dell'Angelus», dice e recita
il saluto angelico. E’ appena passato mezzogiorno.
Nel
discorso rivolto alla folla va con la memoria al suo viaggio a Loreto da
seminarista il 20 settembre 1900, «L'atto
di venerazione alla Madonna di Loreto, che compiamo oggi, ci riporta col
pensiero a 62 anni or sono, quando venimmo qui per la prima volta, di ritorno
da Roma, dopo aver acquistato le Indulgenze del Giubileo indetto da Papa Leone.
Era il 20 settembre del 1900. Alle due ore del pomeriggio, ricevuta la santa Comunione,
potemmo effondere la nostra anima in prolungata e commossa preghiera. Per un
giovanetto seminarista cosa c'è di più soave che intrattenersi con la cara
madre celeste? Ma, ahimè!, le dolorose circostanze di quei tempi, che avevano
diffuso nell'aria una sottile vena canzonatoria verso tutto ciò che
rappresentava i valori dello spirito, della religione, della santa Chiesa, convertì
in amarezza quel pellegrinaggio, non appena ci accadde di ascoltare il
chiacchiericcio della piazza”.
Il
seminarista Roncalli, nel lontano 1900, non aveva scelto un giorno ideale per
andare in pellegrinaggio a Loreto; il 20 settembre era la festa più violentemente
massonica ed anticlericale d'Italia. In giro in quel giorno, non poteva sperare
di non raccogliere insulti, se non di peggio.
«Rammentiamo ancora le nostre parole di quel
giorno sul punto di riprendere il nostro viaggio di ritorno: «Madonna di Loreto, io vi amo tanto, e
prometto di mantenermi fedele a voi, e buon figliolo seminarista. Ma qui non mi
vedrete più». Vi tornammo invece
altre volte, in seguito, a lunga distanza di anni, ed oggi eccoci qui».
Ad Ancona la folla invade la stazione e i
binari acclamando a gran voce. «Sento che fate molto chiasso», dice il Papa al
finestrino, «sento che la vostra gioia è molto rumorosa, ma lasciate che vi
benedica». La folla fa silenzio improvviso per ricevere la benedizione, poi
scoppia in un grande applauso. A Foligno, altra sosta per la folla alla
stazione. «Voi mi chiedete di baciarmi la mano», dice, «è impossibile
concederla a tutti. Io alzo questa mano e vi benedico».
Al pomeriggio riparte per Assisi. L'arrivo è alle 17,30.
Il sole del tramonto bacia i bastioni rosa e grigi del massiccio convento
costruito da Frate Elia sulla cima del Colle dell'Inferno - da allora
ribattezzato Colle del Paradiso. Ad Assisi si rinnovano lo stesso entusiasmo e
la stessa tenerezza che a Loreto. Dalla campagna, dai vicoli antichi della
città, dai grandi conventi dalla pietra
rosea, escono migliaia di uomini, donne, preti, frati, monache, religiosi di
ogni tipo e genere. Grappoli di teste fanno capolino dalle antiche finestrelle
accese di gerani.
Papa Giovanni si commuove ancora una volta agli
applausi della folla, al suono di tutte le campane della città serafica, sotto
i fiori che la gente cerca di gettargli fin nell’automobile. Nell'ombra della
cripta, il Papa sosta in muta preghiera davanti alla nuda urna di pietra,
recinta di liste dì ferro, che racchiude i resti del Poverello. È l'incontro
fra due poveri: due poveri che in epoche lontane e diverse si sono fatti
garanti di pace e di fraternità.
Papa Giovanni fa l'elogio di san
Francesco, che aveva saputo attuare l'autentico "benvivere". «È san Francesco», dice, «che ha compendiato in una sola parola il ben
vivere, insegnandoci come dobbiamo metterci in comunicazione con Dio e con i
nostri simili. Questa parola dà il nome a questo colle che incorona il sepolcro
glorioso del Poverello: Paradiso! Paradiso!» .
Alle 18.30 il
treno riparte. Attraversa ancora stazioni piene di gente. A Roma arriva alle
22,15. «Ho fatto buon viaggio», commenta semplicemente il Papa, «Sono
emozionatissimo e contentissimo. Il mio cuore si è riempito di gioia e di
esultanza».
Alla folla assiepata che lo aveva
aspettato, fa cenno di avvicinarsi e dice: «Ecco ora una benedizione per tutti.
Così sarà contento il vostro cuore e sarà contento anche il mio».
La carezza del Papa
Sette giorni più tardi, al termine della fiaccolata che conclude
la giornata di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni si affaccia al balcone di piazza San Pietro e in
tono familiare, pronuncia quelle parole che conquisteranno e commuoveranno il
mondo intero:
«Cari Figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce
,sola, ma riassunte la voce del mondo intero: qui tutto il mondo è
rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera,
osservatela in alto, a guardare questo spettacolo. La mia persona conta niente:
è un fratello che parla a voi, diventato padre per la volontà di nostro
Signore... Ma tutti insieme, paternità e fraternità e grazia di Dio, tutto
tutto... Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così
nell'incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c'è, qualche
cosa che ci può tenere un po' in difficoltà... Tornando a casa, troverete i
bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del
Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare: dite una parola buona. Il Papa è
con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza. E poi, tutti
insieme ci animiamo: cantando, .sospirando, piangendo, ma sempre pieni di
fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il
nostro cammino».
Le valigie sempre pronte
Non capita tutti i giorni un grande papa che sa essere anche un meraviglioso
parroco di campagna. Era questo l'aspetto più sconcertante dell'uomo: la sua
percezione del nuovo che stava arrivando nel mondo, la sua capacità di
eccezionali intuizioni e, insieme, quel suo modo semplice e pieno di umanità
che lo faceva caro a tutti, credenti e non credenti. Era un dono misterioso,
fatto di saggezza e di autorità, di dottrina e di prestigio, ma anche di
fascino e di simpatia; ed era quel dono che, in quegli anni difficili di
«guerra fredda», accomunò papa Giovanni con John Kennedy nell'iconografia
popolare (Sergio Lepri).
La grandezza e la straordinaria popolarità di
Papa Giovanni provengono, in buona parte, anche da questo suo inalterabile
ottimismo nei riguardi dell'uomo e dell'umanità intera, sorretto da una fede
intrepida e da un fortissimo senso del divino, che gli permise di andare
incontro e di stabilire contatti cordiali sia con i fratelli separati delle
Chiese ortodosse e protestanti, che con uomini di altre fedi e ideologie,
presentando la Chiesa non come una torre d'avorio chiusa nella difesa delle sue
verità ultraterrene, ma realmente come "la casa del Padre comune"
aperta a tutti. Giovanni XXIII, fermamente convinto della forza immensa che il
Cristianesimo ha in sé, non temeva qualsiasi confronto ed era certo che la
dinamica della verità, della libertà e della giustizia, una volta messasi in
moto, avrebbe finito per trionfare della malizia e dell'opportunismo degli
uomini. Per questo, Papa Giovanni non si spaventò nemmeno di fronte ai
mirabolanti progressi della scienza e della tecnica (con un radiomessaggio
salutò il volo umano nel cosmo), perché sapeva bene che qualsiasi progresso
scientifico e tecnico, per quanto straordinario possa apparire, lascia sempre
senza risposta le domande ultime che l'uomo si pone su se stesso e sulle
ragioni della sua presenza nell'universo; sapeva che il progresso materiale
lascia sempre dietro di sé il vuoto dell'anima che nessun orgoglio umano potrà
mai riempire.
Sorprese tutti ancora una volta. Come per
l’inizio del Concilio, anche la sua malattia fu per il pubblico un lampo a ciel
sereno. Che egli seppe vivere offrendola per il bene della Santa Chiesa e per
amore di Gesù. Se un anno prima qualcuno avesse detto che il Papa non avrebbe
raggiunto l'estate del 1963, probabilmente gli avrebbero dato del pazzo. Papa
Roncalli infatti era noto per la sua salute di ferro, da lui stesso più volte
serenamente annunziata e le fatiche, i viaggi, i discorsi a cui si sottoponeva
incessantemente, passata ormai l'ottantina, non si potevano spiegare
diversamente che con il suo ottimo stato di salute. E' difficile oggi dire
quando il Papa ebbe la chiara coscienza del suo inguaribile male, un tumore
maligno che gli si era annidato nello stomaco: è certo che fino all'ultimo
continuò a lavorare senza risparmiarsi e mai perse il fiducioso ottimismo, che
era poi solida fede in Dio e sereno abbandono alla volontà della Provvidenza.
II prof. Gasbarrini - archiatra, il medico pontificio, che gli fu accanto di
continuo, - così racconta delle ultime giornate: "Più volte nei giorni
decisivi l'ho sentito dire: "Sia fatta la volontà del Signore". Ed
ancora: "Caro professore, non si preoccupi, io ho le valigie sempre pronte. Quando sarà il momento di partire non perderò
tempo". La coscienza lo abbandonò completamente solo alla fine, ma per
molti giorni, nei momenti di lucidità, poté leggere i giornali, intrattenersi
con i visitatori, occuparsi persino del governo della Chiesa. Sul finire, ebbe
spesso dolori lancinanti, che sopportò con grande coraggio.
Il 3 giugno, lunedì,
alle sette e mezzo di sera, eravamo riuniti nella cameretta accanto; di fronte
al televisore assistevamo muti alla Messa solenne che il Card. Traglia stava
celebrando sul sagrato di San Pietro, davanti ad una folla immensa e
silenziosa. Ogni tanto, udivo il respiro affannoso di Giovanni XXIII, sempre
più debole e fioco. Tornai accanto al suo letto e gli presi una mano fra le mie
mani. Già da qualche attimo il battito cardiaco non si avvertiva più al polso.
Mi chinai sul suo cuore. Nell'istante stesso in cui, rialzando la testa,
mormoravo: "E' spirato", sotto, nella piazza, la funzione si chiudeva
con le parole “Ite,
Missa est". Le udii chiare, distinte, mi parvero simboliche. Un viatico
celeste all'anima di un Papa incomparabile. Avevo gli occhi pieni di pianto. In
quel momento qualcuno accese nella stanza una gran luce" (P. Piero Gheddo).


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